I Contadi Rurali del Milanese (sec. IX-XII)

Ezio Riboldi

 

Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda, 1904

 

 

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Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1904:A. 31, giu., 30, fasc. 2, serie 4, vol. 1) :

Capitolo I. La Martesana

§ 1.° Il nome di Martesana.  17

§ 2.° Notizie corografiche.  24

§ 3.° La Martesana non ebbe Conti propri.  26

§ 4.° Le vicende.  33

§ 5.° Il Conte di Martesana e Seprio.  40

§ 6.° Dopo la pace di Costanza.  44

 

Capitolo II. La Bazana.  46

 

Capitolo III. Il contado di Seprio

§ 1.° Notizie corografiche.  54

§ 2.° I conti di Seprio.  56

§ 3.° Il Governo Comunale.  67

§ 4.° Il conte di Martesana e Seprio (1157-1167).  72

§ 5.° Dopo la pace di Costanza.  73

 

Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1904:A. 31, mar., 31, fasc. 1, serie 4, vol. 1) :

Capitolo IV. Il contado di Lecco

§ I. Notizie corografiche.  240

§ II. I conti di Lecco.  245

§ III. Altre notizie importanti.  254

 

Capitolo V. Il contado di Stazzona

§ I. Notizie corografiche.  258

§ II. Dei conti signori nel contado di Stazzona.  263

 

Capitolo VI. Il contado di Burgaria.  275

 

Conclusione  281

 

Documenti  [[283 - 302]]

 

 

Nella divisione del suo regno tra i figli (806) Carlo Magno, parlando delle città italiane dice: «Civitates cum suburbanis et territoriis suis atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent» da cui si deduce, scrive il Giulini (1), che le nostre città avevano primieramente i loro sobborghi e poi diversi territori a loro soggetti e finalmente alcuni contadi da essi dipendenti. Numerose pergamene dal secolo IX fino al secolo XII e parecchie cronache di quell’età ci attestano che nella campagna chiamata milanese trovavansi i territori di Martesana, di Bazana, di Seprio, di Bulgaria, di Stazzona e di Lecco. L’estensione di codesti territori non doveva essere eguale nei secoli seguenti, ma ad un dipresso erano incluse in essi le terre che vi si trovano poi. Bensì in progresso di tempo nuovi documenti ci presentano ad esempio il Seprio (2) come un comitatus (844) e di nuovo (3) come un fines (857), poi (4) una judiciaria (865) e più tardi, soggetto ad una famiglia di Conti, dei quali le tracce restarono nella nobiltà milanese (5).

 

 

(1) Giulini, Memorie spellanti alla storia, at governo ed alla descrizione detta città e campagna di Milano, Milano, Colombo, 1855, vol. I, 73.

(2) Giulini, op. cit., I, 234.            (3) Giulini, op. cit., I, 267.            (4) Giulini, op. cit., I, 306.

(5) Giulini, op. e par. cit.; Fagnani, Famiglie milanesi, ms. nell’Ambrosiana; Crescenzi, Anfiteatro romano, Roma, 1647, vol. 1, 63,

 

 

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Sembra quindi di notare una trasformazione dei primitivi territori, che si stacchino cioè dalla città per costituire quelli che gli storici chiamarono contadi rurali o pagensi. Non è questo un fatto speciale della campagna milanese nè in generale delle campagne d’Italia, bensì comune alla Francia ed agli altri paesi del l’impero carolingio, di che ce ne dà prova sicura il Blondello ed il Muratori (1).

 

Come nascessero codesti contadi, in che cosa consistessero, se tutti fossero pari e quali rapporti - corressero tra essi e le città, furono domande cui diversamente risposero gli scrittori, talvolta contradicendosi. Gli è che nessuno, ch’io sappia, studiò di proposito l’organismo di essi. Se eccettuiamo il Muratori (2), il Leber (3), il nostro Giulini e qualche altro (4), non troviamo che il Dozio (5), il quale ci diede una monografia del Contado della Martesana frammentaria, incompleta, ricca di opinioni personali più che di deduzioni scientifiche (6); il Fè d’Ostiani che ci parlò dei conti rurali del Bresciano (7) e parecchi altri (8) i quali però volsero i loro studi ad età relativamente più recenti.

 

Noi, invece, ponendo come base del nostro studio quella distinzione dei contadi rurali che il Giulini aggiunse ad illustrazione della sua carta del territorio di Milano (9),

 

 

(1) Muratori, Antichità estensi, I, 30.

(2) Muratori, A. I. M. Ae., IV, 159 e Ant. est., I, 30.

(3) Leber, Histoire des cites, villes, bourgs en France, Paris, 1828.

(4) Lupus, Codex Diplomaticus Bergom., I, 185 e altrove; Odorici, Storte di Brescia, Verona, 1859, v. primi tre vol.; Desimoni, Delle marche d’Italia (Rivista Universale, 1869, fasc. 65-74) ; Baudi di Vesme, La famiglia di Milone (Nuovo Arch. Veneto, 1896, vol. II).

(5) Dozio, Il contado della Martesana, Dissertazione postuma pubblicata dal Sac. Prestinoni, Milano, Agnelli, 1871.

(6) Recensione del lavoro in Arch. stor. lomb., XVII, 6.

(7) Arch. stor. lomb., X, 1899.

(8) G. Degli Azza Vitelleschi, I Capitani del contado rurale di Perugia (Pubbl. period. Facoltà Giurisp. di Perugia, VI, 1896); E. Verga, La giurisdizione del Podestà di Milano e i Capitani dei contadi rurali (Rend. Istit. Lomb., ser. II, v. XXXIV, fas. XX. 1901); P. Santini, Il Contado e la politica estera in Firenze, sec. XIII, Firenze, Galileiana, 1901; G. Salvemini, Studi storici, Firenze, Galileiana, 1901.

(9) Giulini, op. cit., vol. VII.

 

 

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affine di vedere se mai sia suscettibile di mutamenti, prenderemo le mosse dallo stabilirsi della dominazione franca in Italia per giungere alla pace di Costanza o poco più in là. Questa (sec. IX-XII) può chiamarsi l’età classica dei contadi rurali nostri, scomparsi col trattato del 1185, dopo il quale Milano sola dominò e governò coi suoi vicari, quindi coi capitani, di ben altra natura essendo le signorie che come nelle città così nelle campagne pullularono nel trecento e nel quattrocento.

 

 

CAPITOLO I. La Martesana.

 

La Martesana (1) compare per la prima volta separata da Milano, come un vero contado rurale con conte proprio, nel 1158. Prima di quell’anno era un semplice territorio, intorno ai quale è necessario però intrattenerci per mostrar infondata l’opinione di chi, dopo il Giulini, lo credette un vero contado con capoluogo e una famiglia di conti come il Seprio.

 

            § 1. Il nome di Martesana. — Gli storici, della vecchia scuola gareggiarono in etimologie bizzarre come attorno al nome di molte città, paesi, fiumi, cosi intorno al nome di Martesana, manifestando tutti la tendenza anzi lo sforzo di ricondurlo ad un’unica fonte, preoccupati di trovar nella storia della Martesana le stesse origini e le stesse vicende di altri contadi, intorno ai quali il tempo fu meno avaro di notizie.

 

Unica eccezione fu il Muratori, il quale conobbe facilmente la deficienza della primitiva interpretazione e, pur errando nella nuova scelta,

 

 

(1) Questo primo capo e il secondo furono presentati come dissertazione di Laurea all’Accademia Scientifico Letteraria di Milano il 29 giugno 1902.

 

Il territorio cui successivamente dal 900 al 1400 circa fu imposto il nome di Martesana si estende ad est di Milano, dai due rami del lago di Como (Larius) tra il Seveso (Sevisum) e l’Adda (Adua) fin quasi sul lodigiano (Brianza — Trezzo, Melzo, Gorgonzola e Corneliano).

 

 

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fece se non altro capire che „per altre vie, per altri porti„ doveva condursi lo storico per darne una più verosimile spiegazione.

 

Il Fiamma (1) e con lui Bernardino Corio (2), il Giulini (3) e ultimamente l’Annoni (4) spiegarono il nome di Martesana da Castel Marte, il quale ne sarebbe stato l’antico capoluogo ed avrebbe dato il nome a tutta la regione, come Castel Seprio al Seprio. Favoriva questa opinione dapprima la tradizione romana (5) e longobarda (6) assai illustre per Castel Marte; poi, ed a ragione, il nome di Martiani e di Martiana, di frequente usato dagli storici per chiamar questo territorio. Ma la prima serviva ad un criterio analogico falso, dacché simile analogia col Seprio si spiegherebbe nella analogia della storia, analogia che non esiste affatto, come vedremo. Il Curti (7) per primo notò giustamente che chi asserì ciò non ne diede prova alcuna. Di più, per quanto Castel Marte indubbiamente abbia avuto una importanza speciale durante la dominazione longobarda (8), come lo attesta anche l’appellativo castrum (9), pur tuttavia rapidamente decadde,

 

 

(1) G. Flamma, Manipulus Florum nei R. J. S., vol. IX, pag. 542. “Inter alios isti ab antiquo merum potentiores, scilicet Castrum Martum, in quo erant nobilissimi Marchiones, a quo castro tota contrada appellatur Martesana„.

(2) B. Corio, Historia di Milano, Venezia, 1554: “Nella quale età (ai tempi di Pompeo circa) voliono ancora gli autori di queste cose che Castello Marte..... del quale una parte di questo ducato dal nome di tal castello si dice Martesana, fosse per sua potenza molto famoso„ : p. 2.

(3) Giulini, op. cit., II, 179 e III, 242: “Io sono ben persuaso che in questi tempi il luogo principale della Martesana fosse Castel Marte e da esso quel territorio abbia preso il nome... Io trovo perciò molta similitudine tra Castel Seprio, capo del Contado di Seprio e Castel Marte capo del Contado di Martesana„.

(4) Annoni, Memorie storiche del Pian d’Erba, Como, Ostinelli, 1831, pag. 97.

(5) Mommsen, C. I. L., vol. V, cap. LXV, n. 5042-43-44 e piano d’Erba 5641-5657; Redaelli, Storia della Brianza, Milano, Rusconi, 1825, v. I; Annoni, op. cit.

(6) Corio, op. cit. l. I, p. II cit.

(7) Curti, Il Lago di Como e il Piano d’Erba, Milano, 1872, pag. 287.

(8) Annoni, op. cit., pag. 97.

(9) Haulleville, Les communes lombardes, Paris, 1859, v. I, 250 e seg.

 

 

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cosicchè nel sec. XII era una corte piccolissima soggetta alla collegiata di Monza (1), e non solo non era capo pieve, ma neppure lasciò traccie d’esserlo stato in qualche battistero, o mercato, o nome di borgo (2).

 

Una seconda ragione maggiormente convincente sta nel nome; perchè mentre le cronache, gli storici e molte pergamene lo denominano Castrum Martis (3), qualche pergamena e gli statuti ci danno Castrum Martiris (4), nome che verisimilmente fu posteriore al primo, e prevalse poi. E cosi come fu storpiato Martis in Martiris, da Martesana si derivò Martiana, o per meglio suffragare la paternità di Castel Marte, oppure per sincope del nome primitivo, come mostrerò più innanzi.

 

Non parlo dell’opinione di Bernardino Sacco (5), il quale dimostra nel fantastico suo Martisamnis la completa ignoranza della corografia milanese, e ricordo il Merula (6), Leandro Alberti (7) ed altri che ne trovarono l’etimologia in Vimercate (secondo essi Vicus Martis) (8), il quale fu sempre Vicus Mercatus (9), come appare costantemente dalle pergamene.

 

 

(1) Cossa, Notizie intorno alla distinzione categorica dette terre milanesi (Atti Accademia Fisio-Medica-Statistica 1858). Cita un diploma di Lotario II nel 1135 e una bolla di Alessandro III nel 1169; Frisi, Memorie di Monza, Milano 1784, passim v. I e II.

(2) Giulini, op. cit., 11, 40 e seg., IV, 659-719.

(3) Passim le cronache milanesi; Frisi, op. cit., v. II, pag. 109.

(4) Frisi, op. cit., v. 1, pag. 326; Statuti di strade ed acque in Miscellanea Stor. Ital., VII, 313: “El loco de Castel Martiro„.

(5) B. Sacco, Historia Ticinensis in Graevics, Thes. Antiq. Rom., v. III, p. 1, pag. 660: “Martis amnis descendens ex mediolanensium comensiumve collibus, landensis agris totus effluitur..... vulgoque Martisana dicitur„; opinione assurda ed accettata dal Pertz, M. G. H., Scriptores VIII, pag. 14 e X, 14.

(6) Merula, Querela apologetica in Graevius, op. cit., v. I. p. I, 92-159. “Regio cuius Vicus Martius caput est, Martisana dicitur, quasi quod eius tractus homines insani Martis desiderio ardeant„.

(7) Leandro Alberti, Descrizione d’Italia, Venezia, 1581, pag. 416.

(8) Anche il Bombogini, Antiquario della diocesi milanese, Milano, 1790, pag. 304.

(9) Fumagalli, Antichità longobardiche milanesi, Milano, 1792. In molte carte di questa raccolta è detto vicus Mercadus come vicus Mellate vicus Canturiam, etc., sicchè il nome primitivo è quello di Mercatus. Infatti una carta inedita della Biblioteca-Archivio Arcivescovile di Milano (Clero delle Cento Ferule, cartella n. 143), parlando di beni in Concorezzo, dice anche loco et fundo marcado et in eius territorio, an. 1126 novembre gior. 6 ind. II.

 

 

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In relazione a quest’ ultima e alla prima è l’opinione del Dozio (1). Questi appoggiandosi perfino agli Atti delle visite Arcivescovili del sec. XVI, sostenne che una tribù, stanziata tra l’Adda e il Lambro in tempi antichi, ebbe per patrono il dio Marte, ne praticò specialmente il culto e mostrò un carattere battagliero, quasi feroce, che la distingueva da tutti gli altri popoli vicini. Ecco perchè venne chiamata Martiana o Martesana, ch’è tutt’uno. Se non che la speciale venerazione per Marte nella nostra regione è provata dal solo nome di Castel Marte, molto dubbio anch’esso, e da nessuna epigrafe (2).

 

Da tutto questo però spicca chiara la tendenza degli storici da una parte a voler battezzare la Martesana da un capoluogo, come avviene per la grande maggioranza dei contadi (3), dall’altra a ridurre il nome al tipo Martis. Ma nessuna notizia ci ricorda un primitivo capoluogo della Martesana; e l’ipotesi è tanto ardita che il Muratori per il primo, mentre in un passo sembra inclinare all’ opinione del Sacco (4), in due altri scrive quasi allo stesso modo :

 

 

(1) Dozio, op. cit., pag. 5.

(2) Mommsen, C. I. L., v. V, c. 63, p. 9 (Brianza e Cantù) e p. 66 (Vimercate e Monza). Nessuna iscrizione per Marte; moltissime invece per Ercole; cfr. n. 5743-5686-5687-5688-5693-5721-5723-5724-5742-5743-5759. Addimenta 5803.

 

(3) Restringendomi ai soli contadi rurali, possibilmente ai più noti, ecco una serie di essi chiamati dal capoluogo :

 

Comitatus Leuci (Leucum)

„ Seprii (Seprio)

„ Ansulae (Domodoss.)

„ Stationae (Stazzona o Angera)

„ Bilitionae (Bellinzona)

„ Mesauci (Musocco)

„ Clavennae (Chiavenna)

„ Laumelli (Lomello)

„ Parabiagi (Parabiago)

„ Turigiae (Torrigia)

 

Comitatus Vallis Tellinae (Tellio)

„ Fontaneti (Fontaneto)

„ Blandratensis (Biandrate)

„ Hortae (Orta)

„ Pumbine (Pombia)

„ Auciae (Orci Vecchi? Sec. Muratori Antiq. Estens. I. 121)

„ Insulae Fulcheriae (Fulcherio)

 

 (4) Muratori, R. I. S., IV, 16. Nota alla cronaca d’Arnolfo.

 

 

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„Martesanam dictam a quondam Martesii„ (1), e ancora: „uti marcha Anconae.... appellata fuit marcha Guarnerii, ita regio illa fuisse olim videtur Marcha Martesii„ (2). E più chiaramente: „Se vogliamo prestar fede ad alcuni vecchi storici di Milano (?) ci fu la marca di Martesio posta nello stato di Milano ed appellata, per quanto io penso, Martesana„ (3). Martesio verrebbe dal latino Marticius, donde chiaramente marticianus e quindi marca marticiana. L’etimologia è chiara, ma non è suffragata dalla storia, la quale, non ci lasciò traccie di un Martesio nè di una speciale sua marca in codesta parte del milanese. Ad ogni modo siamo su di un’altra strada e diversamente ci orientiamo nello studio del nostro nome. Prepongo una breve rassegna.

 

Il primo documento ci presenta il nome Marticiana (4) e i successivi Martesana o Martexana (5). Similmente la chiamano i principali storici, il Fiamma, l’Anonimo Piacentino, il Corio, il Calco, ecc. se si eccettuano Arnolfo, Sire Raul, Gottofredo da Bussero e qualche altro (6) che ce lo danno come Martiana o Marciana: l’A. (7) una volta sola chiama i suoi abitanti Martenses e marcenses gli Annali Mediolanenses (8).

 

Il nome originario del paese è senza dubbio Marticiana o Marteciana. La sua radice è Martec- modificata da un soffisso -iano, come in molti nomi locali della Lombardia. Debbo escludere la possibilità che tal nome possa risalire all’appellativo di un antico corso d’acqua, come apparirebbe dal volgare Martesana, simile a molti nomi d’acque d’Italia (9),

 

 

(1) Id., VI, 274. Nota alla storia del Morena.

(2) Muratori, A. M. Ae., I, 247. Lo seguirono il Sassi e l’Ughelli.

(3) Muratori, Antichità Estensi, I, 34. Anche il Sigonio, De Regno Italico scrive: "Comitatum Parabiagi, Seprii, Bazariae, ducatum Bulgariae, marchiamque Martesii„.

(4) Vedi al capo seguente.

(5) I documenti al paragr. seguente. Muratori, A. I. M. Ae., IV, 327. I testi dei trattati di Costanza e di Reggio.

(6) Vignati, Storia della Lega Lombarda, Milano, 1876, pag. 385. Il testo della pace di Costanza del Liber Jurium civitatis Laude.

(7) Anos. Placentini, De rebus gestis Italiae, Paris, 1856.

(8) Mon. Germ. Hist., Scriptores, XVIII, 366.

(9) La Marchesana, che passa por Cremona; la Molgorana per Ancore; l’acqua Sartirana, ecc.

 

 

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perché nessuna traccia appare nelle antiche e moderne denominazioni d’acque milanesi (1). Ma per quanto io abbia frugato nelle vecchie pergamene, negli elenchi, negli statuti, non mi fa possibile trovare nella campagna milanese neppure un locus o cassina o molino che portasse un nome di simile radice o, verisimilmente, originario di questo. Molti nomi locali registrati nelle vecchie carte oggi non esistono più (2), ma nè tra essi nè tra i nomi dei quali sussistono i derivati, trovai tracce del nostro. In Martesana dobbiamo quindi ravvisare non un nome locale applicato a un locus, o burgus, o castrum o cassina, etc., bensì l’appellativo di un semplice campo.

 

Il Flechia (3) avverte che tutti i nomi locali dell’Italia Superiore con desinenza in iano (ed iaco che a noi poco importa) risalgono a gentilizi romani modificati in guisa di apparenti aggettivi accoppiati ai nome fundus, o rus, o villa, o colonia, di che splendido esempio ci rimane la tavola di Velleia (4) con circa duecento di tali nomi.

 

Noi pertanto dobbiamo risalire ai secoli delle invasioni barbariche ed ammettere parecchi fundi marteciani, formanti dei rura martreciana e appartenenti ad una gens martecia : nome dapprima ristretto a poche terre del piano d’Erba, poi gradatamente esteso, sempre con valore territoriale.

 

Quello che è ipotesi qui, è luminosa certezza, come vedremo, per la Bazana, ed il trovare la Martesana fino al Barbarossa ricordata come semplice territorio, senza lasciar traccia di capoluogo o di Conti propri, ci autorizza a dar come certa la nostra ipotesi ed a suffragarla coll’analogia della Bazana.

 

Di una gens martencia null’altra memoria è rimasta tra noi e tra i gentilizi romani e barbarici, eccezion fatta per il nome femminile Martesa (5), che si trova in una Iscrizione della provincia bizacena.

 

 

(1) Il naviglio Martesana fu chiamato così dal territorio; Bonvesin da Riva, De Magnalibus per F. Novati, Roma, 1898, p. 104 e seg.; Fiamma, Cronicon Extravagans (Misc. Stor. Ital., VII); Statuti di strade ed acque (in Misc. cit.)

(2) Cossa, Di alcuni luoghi dell’agro milanese, ecc. (Giornale I. R. Lombardo, 1851).

(3) Flechia, Di alcune forme dei nomi locali, ecc., Torino, 1871.

(4) Annali dell’Istituto di Corr. Arch., 1844, 5-III e 1849, 227 e seg.

(5) De Wit, Onomasticon alla lettera M; Ephemeris Epigraphica, vol. V, n. 263.

 

 

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Veramente questo più che un gentilizio è un prenome, ma l’epoca della iscrizione cì farebbe risalire ad un antico martecia (1) modificato come nel nostro Martesana.

 

Da noi però — nella forma del secondo secolo in poi cresce l’uso dei gentilizi greci o barbari, oppure tratti da altri nomi — e talvolta il gentilizio era formato dal suffisso ius e da una sillaba di collegamento (2). Cosi, per esp., i due nomi locali di Lombardia Barzago e Bartesago, risalgono il primo ad una genus braetia, il secondo ad una gens braetesia ed in ultima analisi ad una gens braetia come il primo (3).

 

Nel nostro caso troviamo Marteciana a lato di Marciana e Marzago (Venezia e Novara cfr. Marzano e francese Marcey) (4). Questi ultimi risalgono ad una gens marcia, e il primo ad una gens murtecia ed in ultima analisi ad una gens marcia, della quale numerose traccie restano nel nostro territorio (5), persino in un nome locale campestre (6). Rimane cosi spiegata la confusione tra Martesana e Marziana (7) quale si trova negli storici antichi.

 

Concludendo, si vede come sia destituita da ogni fondamento l’opinione di quanti vollero fare del nostro territorio un antico sacrario di Marte e diversamente ne ricavarono il nome da capoluoghi. Il nome più verisimilmente risale a un gentilizio Marcius o Martecius donde interi rura marteciana, e più tardi un semplice territorio martesano.

 

 

(1) Il De Wit lo deriverebbe da Martensa, nome usato dall’Anonimo cfr. Martensi.

(2) Nogara, Il nome personale nella Lombardia, ecc., Milano, 1895, pag. 35.

(3) Flechia, op. cit. Anche della gens braetesia nessun ricordo, mentre molti della gens braetia, pag. 17.

(4) Flechia, op. cit., pag. 44.

(5) Nogara, op. cit., pag. 297; Mommsen, C. I. L., vol. V, n. 4067-4928-5196-5724-5752-6110. Nella tavola Bebbiana al n. 15 è ricordato un Iund Marciani. V, Annali dell’Istituto di Corr. Arch., 1844, p. 5 seg.

(6) Carta della Chiesa di S. Maria del Monte nell’Arch. di Stato di Milano, fondo diplomatico, 25 Novembre 1186 ad Marcianam (presso Casciago).

(7) Maritana non risale a Martis, bensì a Murcius.

 

 

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            § 2.° Notizie corografiche. — Regnando Ugo re d’Italia, nel Maggio 931 un tal Riprando da Basilica Duce (1) donava alla pievana di S. Vincenzo in Gravedona alcuni suoi beni con atto nel quale compare testimone un „Redevertus filius quondam Leonis de Cremonaco finibus Marticiane„ (2).

 

Nel 1113 quattro fratelli vassalli abitanti in Campo su quel di Como, vendevano a due fratelli di Castello, isola comasina, due loro fondi, dei quali riceveva la rinuncia e investiva i compratori il padrone Gottofredo „de loco qui dicitur beusco (Bellusco) sito Martexana„ (3).

 

Un atto di elezione del capellano di Castel Marte lo investiva (24 giugno 1173) „de oratorio et ecclesia sancti Johannis que est in castro martis de martexiana„ (4):

 

 

(1) Dionisiotti, Le famiglie celebri, ecc., Torino, Roux 1887, pag. 175. Non so perchè lo creda capostipite dei Conti di Stazzona.

 

(2) L’atto di donazione fu pubblicato per la prima volta dal Tatti, Annali di Como, II, 705. Questi dice in proposito: “Extat in tabulario S. Vincentii Grabedona.„ Il Porro, che doveva curare la trascrizione negli Historiae P. Monum. (Cod. Diplom. Longob.) in nota alla colonna 720 scrive: “Questa carta, che autografa esisteva nell’Arch. della Chiesa di Gravedona, ora più non si trova. È assai scorretta e io la presi com’è dal Tatti„. Il Dozio (Cartolario Briantino, 17) trascrisse la sola dizione del teste citato. La caratteristica di questa carta sta nelle forme dei testimoni, i quali con minuzia indicano il territorio di loro origine e residenza: così ad es.: “Gaidulfus de loco surania, finibus parmensis qui professus sum legibus uiuere longobardorum, testis, hioannis filius quondam domini de uallesella finibus ancosis (?) qui professus sum lege vivere longobardarum redevertus filius quonadam leonis de cremonaco finibus marticiane habitator in loco caigino sito grabedona etc. etc.„

 

(3) Appendice, documento all’anno.

 

(4) Questo documento secondo la citazione dell’Aguilhon doveva trovarsi nell’Arch. Capitolare di Monza, mentre io lo rinvenni nell’Archivia di Stato di Milano. L’Aguilhon riferì castro martiri, ma invece è troppo chiara la lezione martis. A tergo, leggesi castro martire, ma di mano posteriore, del XIII o del XIV secolo. Non si errerebbe pensando che la lezione martire, posteriore alla prima (cfr. Statuti di strade ed acque, ecc.) fosse un tentativo di cristianizzare il nome pagano.

 

È più probabile però che l’Aguilhon citasse a pergamena di seconda mano, giacche essa se non si trova più oggi nell’Arch. Capitolare di Monza, non si trovava nemmeno nel 1873, quando si fece l’ultimo catalogo delle carte, e nemmeno nel 1850 quando vi si fece il primo, molto incompleto.

 

 

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una ordinanza di Federico I, probabilmente del 1170, nomina un „comittatu martisano atque sapriensi„ : i trattati di Costanza (1183) e Reggio (1185) un „comitatus martesane„; un atto di vendita del convento dell’Acquafredda nel 1240 „in territorio de Lenno ad locum ubi dicitur ad roncalem sive in martexana„ (1) e Gottofredo da Bussero (see. XIII) „Colliate martiane ecclesia sancti carpophori„ (2).

 

Un catalogo delle case degii umiliati redatto nel 1298 distingue due Martesane: „Martesana del medio et Martesana de ripa abdue infra„. Erano nella Martesana di mezzo (3) le pievi di Asso, Incino, Cantù, Mariano, Alliate, Seveso, Desio, Bollate, Bruzzano (in parte) e Missaglia (in parte). Erano nella Martesana abduana le pievi di Garlate, Brivio, Missaglia (in parte), Vimercate, Trezzo, Gorgonzola, Corneliano, Settala, Segrate e Bruzzano (in parte) (4). Badiamo però che nel catalogo del 1344, come dice lo stesso Tiraboschi, entra in iscena la Bazana, la quale assorbe buon tratto delle pievi di Settala e Segrate.

 

Il Decreto (5) di Gian Galeazzo del 15 luglio 1385 che determina la giurisdizione dei Capitani dei quattro contadi rurali mette nella Martesana le pievi di Asso, Incino, Galliano, Oggionno, Garlate, Brivio, Missaglia, Alliate, Mariano, Seveso, Vimercate, Desio, Pontirolo (al di qua dell’Adda), Gorgonzola e Corneliano, cioè tutte le pievi del 1298, escluse quelle di Bruzzano, Segrate, Settala e Bollate.

 

 

(1) Appendice, documento all’anno.

(2) Arch. stor. lomb., a. XVII, 1890, p. 175 e Dozio, op. cit.

(3) Tiraboschi, Veterum Humilatorum Monumenta, Milano, 1761, I, pag. 377.

 

“In Martesana de medio, Domus de Lissono, de Marliano, de Canturio, de Vedano, de Biassono, de Carato, de Castagneto, de Verano, de Briosco, de Garbagnate Monasterio, de Biolzago, Cremelia, de Bisteto, de Meda, de Cixano, de Brianzago, de Legnago, de Lerago, de Gragnatorto, de Cuxano, de Bagnano, de Cinixelo, de Seregno, de Besana, de Lurago, de Caxirago, de Monte, de Valle, de Mugloe, de Sexto„.

 

(4) Tiraboschi, op. cit., cap. LVI, 390 e geg.

“in Martesana de ripa abdue infra, domus de Prozolo, de Meltio, de Liscate, de Limiti, de Orsanigo, de Pracocentenano, de Vicomercato, de Archuri, de Treuganese, de Cisnuscolo, de Melate, de Roncho, de Bernadizio, de Licurti, de Coinago, de Cavanago, de Maxate, etc. „

(5) Antiqua Ducum Decreta, pag. 86.

 

 

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Quantunque esca un po’ dai limiti fissati alle mie ricerche, noterò da ultimo che verso la metà del ’400 incominciò ad esser considerato fuori della Martesana (1), il paese sulla destra del Lambro (pievi di Seveso, Mariano e Cantù) e contemporaneamente nella Martesana del nord (chiamata superiore (2) negli atti) incominciava a diffondersi il nome di Monte Brianza o Brianza (3) alle pievi di Incino, Asso, Oggionno, Garlate e Missaglia. Queste nuove denominazioni ebbero però da principio valore territoriale nel linguaggio comune, perchè nel sec. XVI si usava ancora ufficialmente il nome di Martesana per tutte le regioni (4).

 

Però sulla fine del ’400 gli scrittori prendevano atto della denominazione comune e Tristano Calco (5) descrivendo la Martesana enobarbica, ritrasse la sua contemporanea dicendo: „Marthesanam dicimus planitiem que Lambrum inter et Aduam ac Montes a Briantia olim oppido nuncupatos interiacet, cuius caput est Vicus Mercatus Moguntiae finitimus„.

 

Attenendoci puramente a tutto il sec. XIII, dalle notizie qui raccolte possiamo fissare il valore corografico del nome Martesana. Se vogliamo infatti farci un’ idea della sua estensione, immaginiamo una linea che corra lungo i due rami del lago di Como talvolta oltrepassandoli e ad est tocchi l’Adda, a sud passi vicino alle pievi di Gorgonzola e Corneliano, indi per la corte di Monza tocchi il Seveso e giunga cosi fino a Cantù. Naturalmente non è possibile dar dei limiti fissi perchè, trattandosi di un nome territoriale, è verisimile pensare che oscillasse alquanto anche nei secoli anteriori al XIII, come oscillò più tardi.

 

 

            § 3.° La Martesana non ebbe Conti propri. — Riannodando i fili del nostro racconto, è facile notare come la Martesana nel 931 e nel 1113,

 

 

(1) Documento all’anno nell’Arch. di Stato di Milano, cart. Martesana.

(2) Osio, Documenti diplomatici, I, 410.

(3) Loc. cit. e Statuti milanesi del 1502 23.4 ed. dal Carpani, vol. Il, 31 e 32. Arch. stor. civico di Milano, registro lett. duc. 1426.36 fol. 102, v. ed an. 1450-87 fol. 56, v. ed. an. 1478-83 fol. 174, v. e an. 1462-72.

(4) Arch. stor. civ. Mil., reg. lett. duc. 1538, f. 165, v. Nuove Costituzioni di Carlo V (1541) libro V, titol IV. Arch. civ. di Bergamo, reg. lett. duc., 1454, fol. 9 r.

(5) Tristano Calco, Storie milanesi, l. IX. 187.

 

 

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cioè quando tutti gli altri territori appaiono contadi, è ancora un semplice territorio (1), nè v’ha memoria fino al Barbarossa, di un Conte il quale l’abbia governata, e molto meno di una famiglia di Conti, della Martesana (2). Di più, alcune terre entro i limiti da noi fissati, erano completamente soggette al contado o all’iudiciaria di Milano, o, per lo meno, talvolta erano indicate come della Martesana, tal altra del territorio di Milano confusamente.

 

Il Cremonaco del nostro primo documento è Cremnago, nella pieve di Mariano, per cui fissando questa come punto di partenza troviamo a nord la pieve di Asso nel Milanese (3), poi, girando verso est, la pieve di Brivio, nel contado di Milano (4), quindi nello stesso contado le pievi di Cariate (5), e a sud di Vimercate (6) e

 

 

(1) Nel primo documento essa è denominata fines, nome che nel medio evo, come nell’età classica, indicò sempre territorio. Cfr. De Wit, Dictionarium tot. lat. “Finis est ipsa regio„. Du Cange, Glossarium med. ed inf. lat. “Finis est ipsa regio certis finibus limitata ac circumscripta„. Ciò in teoria, perchè in pratica v’era molta confusione e il Muratori sospettò che talvolta significasse anche comitatus (Aut. Med. Aevi, II, 214). Comitatus pei vien certo da Comes, ad onta delle supposizioni in contrario di Ottone di Frisinga e di Egidio Menazio (Rer. Ital. Script. XII, 1004; Antiq. Ital. Med. Aevi, I, 404 e 1041; Giulini, op. cit., VI, 26 e Du Cange, op. cit. s. v.).

 

(2) Fagnani, Le famiglie nobili milanesi, ms. all’Ambrosiana ; Casati, Nobiltà milanese, cit.; P. Litta, Le famiglie, ecc. Gratuitamente il Verri nella sua storia di Milano scrisse:

 

“La repubblica di Milano era ben piccola allora, perchè la giurisdizione di Lei si li mitava poco più della mera città, e la campagna che le stava attorno formava dei stati indipendenti da Lei. E cosi v’erano i Conti di Seprio e i Conti ci Martesana e altri distretti che avevano il governo parziale e i loro consoli„.

 

(3) Giulini, op. cit., I, 198; Dozio, op. cit., 166 “Lemunta et Onno in pago mediolanensi„ an. 875.

(4) Giulini, op. cit., II, 563; Lupus, Codex Diplom. Bergom. II, 170; Odorici, Storie bresciane, I, 20; Dosio, op. cit., 160 “Eriberto de Mellate de comitatu mediolani„.

(5) Dozio, op. cit., 155 “Malianico et Villa Crepiate quae pertinent de comitatu mediolani„ 880.

(6) Puricelli, Ambros. Basil. Monum., n. 128; Giulini, op. cit., I, 363; Dionisiotti, Famiglie celebri, p. 118. Il Dionisiotti asserisce che il Cavenago di questo documento trovavasi nel mandamento di Borghetto lodigiano. Il documento lo dice in finibus Mediolanensis e perciò non v’ha dubbio che sia quello della pieve di Vimercate. Cade così anche quella strana sua ipotesi che il contado evoriense fosse poi incorporato a quello di Martesana.

 

 

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di Desio (1) mentre a nord Cantù era „in finibus comensibus” (2), (nel territorio di Como e non nelle vicinanze come volle l’Onnoni) (3), proprio quando Conto era nel contado di Milano ed il conte Alberico (17 maggio 880) vi teneva un placito pubblico (4).

 

Finalmente nel 1102, a di 1 dicembre, Eriberto da Casate fonda ed arricchisce con dotazioni il Monastero dei SS. Pietro e Paolo nella pieve di Agitate in eodem loco brugora in cumitatu mediolani„ (5).

 

Cosi terre della Martesana successivamente negli anni 875, 880, 966, 979, 1102, sono dette del Contado di Milano, cioè nella giurisdizione del suo Conte, giurisdizione che da lui passò poscia ai Consoli, come luminosamente prova la sentenza di Centemero (6).

 

Se dobbiamo poi credere al Fiamma (7) le terre della Martesana, fino a Barlassina e Meda, erano dipendenti da Lecco e a Torrevilla erano conti famosi. Il salto di possesso oltre Garlate non sarebbe inverosimile giacche uno eguale si verificò pel Seprio (8) e per Pavia (9), e l’estensione del Contado di Lecco tino a terre della pieve di Galliano e provata da una sentenza del 1170, dalla quale appare che i milanesi intendevano come terre di tal contado Montorfano di codesta pieve (10).

 

 

(1) Dozio, op. cit., 156. “Villolam et Vedano iudiciaria istius mediolani„ an. 979.

(2) Tiraboschi, Storia della Badia di Nonantola, II, 90, carta del 907.

(3) Annone, Il borgo di Canturio, Milano 1831, pag. 138.

(4) Giulini, I, 314; Muratori, Ant. Ital. Med. Aev., II. 209; Rovelli, Storia di Como, II, 20; Tatti, Annali all’anno.

(5) I. Carvi, Famiglie nobili milanesi, vol. IV (1 Casati).

(6) Frisi, Memorie di Monza, II, 15.

(7) Flamma, Manipulus Florum in Rer. Ital. Scrip., XI, 542.

(8) Giulini, Memorie. ecc., I, 70 e seg.

(9) Giulini, op. cit., I, 303; Cavenago “Quondam casellas ad comitatum papiensem pertinentibus que reiacent in finibus prefate mediolanensis urbis„ 26 febbraio 876; Puricelli, Ambros. Basil. Mon., n. 128.

(10) Della Croce, ms. cit., vol. 7 all’anno; Rovelli, Storia di Como, vol. II, 368.

 

 

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La medesima sentenza ha per noi una importanza capitale in quantochè toglie ogni dubbio sulle condizioni della campagna milanese verso nord. I milanesi durante la guerra contro il Barbarossa avevano occupato molte località dei contadi di Seprio e di Lecco, ma quando essi, nel 1170, vennero a concordia coi comaschi, vollero togliere ogni ragione di dissapore colla città vicina, Pertanto, dopo aver presentato le reciproche lagnanze ai sapienti di Pavia, Cremona, Brescia ed averne sentito l’avviso, affidarono a due collegi arbitrali la risoluzione della contesa. Gli arbitri stando in Seveso pronunziarono due sentenze, l’una a riguardo delle terre nel Contado Sepriese e l’altra di quelle del Contado di Lecco, nella quale dicono precisamente che il Contado di Milano confinava a nord con Como e le terre dipendenti dal suo vescovo e col Contado di Lecco. Adunque nessun altro contado esisteva tra loro, quando persino si disputa se Bellagio, Limonta, Civerna, Montorfano, fossero del Contado di Milano, ovvero di quel di Como o Lecco! Qual prova più chiara che ia Martesana non era che un semplice territorio?

 

Confusa e contradditoria è un’altra notizia dataci dal Fiamma. Narra egli che l’imperatore Ottone donò all’arcivescovo di Milano nel 902 il Ducato di Bulgaria, il Marchesato di Martesana, il Contado di Seprio, di Bazaria e di Parabiago (1). Senza perderci a confutare la donazione di tali terre che Arnolfo (2) chiama oppida, noto qui una vera confusione di titoli. Ma il chiamarsi ora Duchi, ora Marchesi, ora Conti, era frequente, e il Muratori (3) afferma che non è possibile stabilire una chiara differenza tra le voci; anzi ricorda che il Pogi scrive: „voces Marchioius, Comitis et Ducis ad idem significandum usurpabatur„ e che il Valesio ancora: „Ducis et Comitis apud plurimos scriptores appellatio promisqua est„ (4).

 

A proposito di Marchesato, già dissi come il Muratori stesso, seguendo il Sigonio (5) sospettasse l’esistenza di una Marca di Martesio,

 

 

(1) Fiamma, Cronicon Maius in estratto dal Cerruti in miscell. di storia italiana, v. VII.

(2) Arnolfo, Cronicon in Rer. Ital. Scrip., IV, pag. 16.

(3) Muratori, Ant. Med. Aev., I. 268.

(4) Muratori, Antichità Estensi, I, 25.

(5) Desimoni, Le Marche d’Italia (Riv. Universale., 1868, fasc. 65-74). La marca Uarneri, in Ancona, la marca Guidonis tra la marca di Toscana e quella di Spoleto e la marca Udalrici nella marca di Verona-Friall

 

 

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ch’egli poi identificò coi nostro territorio Osservo intanto che codesta Marca Martesii, qualora anche esistesse, non porrebbe paragonarsi per nulla nè alla Marca Warnerii, menzionata dal Muratori, nè alla Marca Guidonis o alla Marca Udalrici (1).

 

Nessun ricordo di Martesio : ma come pensare d’altra parte a codesta Marca posta precisamente tra la Marca settentrionale o Attonica (2) e la Marca di cui erano capo il Conte di Milano Mainfredo, Sigifredo e, più tardi gli Obertenghi? Se essa esistette come ente ibrido e sul diventare (3) quali ne furono più tardi i frammenti-marchesati? lo ravviso piuttosto in questa denominazione la necessità in cui si trovarono gli storici nostri meno avveduti (4) di spiegare il titolo marchionale di cui si fregiava il Conte di Milano, e quindi la creazione di una marca che attirò in inganno anche il Muratori.

 

La possibilità poi dell’esistenza di un contado in questa parte del milanese vien distrutta dal fatto che Como era pur del contado di Milano e che in nessuna famiglia, anche tra le più antiche è rimasta traccia di un governo comitale colà.

 

Perchè vedremo che il comitatu martisano atque serpiensi fu creazione temporanea di Federico, ragion per cui nella pace di Costanza e nel trattato di Reggio vien nominato un comitatus martesane. Il Fagnani (5), ricordando la leggenda del Corio (6), scrisse che i Soresina discendevano dagli antichi signori che fondarono Castel Marte, dal quale prese il nome la Martesana. Ora, per quanto in ciò sembri concorde Prisciano Ferrarese, scrittore fedele e sincero, a dire del Muratori (7), il quale asserì che dagli Estensi, i più potenti tra i signori, di Milano, nel 948, assiem coi Sambonifazio e coll’Ardvescovo, discendevano : Soresina (8),

 

 

(1) Desimoni, op. cit. e al cap. seg.

(2) Desimoni, op. cit. fas. 74, pag. 426.

(3) Sigonio, De Regno Italico all’anno.

(4) Corio, Storia di Milano, I. Egli infatti chiamò il Duca di Milano, Marchese di Martesana fino dal 438!

(5) Fagnani, Famiglie milanesi, ms. all’Ambrossana. Vedi la chiarissima copia dell’Arch. di Stato in Milano ai Soresina v. S, f. 467 v.

(6) Corio, op. cit, cap, I, lib. I.

(7) Muratori, Ant. Est., I, 39.

(8) Baudi di Vesme, La famiglia di Milone in Nuov. Arc. Ven, 1896, II. Ecco il resto del Muratori:

 

“Prisciano Ferrarese, scrittor fedele e sincero . . . . . riferisce d’aver osservato nel palazzo archiepiscopale di Milano una cronaca degli Arcivescovi che comincia da S. Barnaba e finisce in Giovanni Visconte cioè verso il 1350. Ivi al Cap. Ademari de Mendotiis (forse Menclotiis) attesta egli che sì leggono queste parole: „Adhemarius de Mendotiis, Ecclesiae Mediolanensis Cardinalis, Archiepiscopus Mediolani LXV Anno Domini DCCCCXLVIII sedit annis etc. Ante ista tempora tria tlorebant dominia magna in Mediolano. Scilicet Ducis de domo Marchionum Estensium; comites Sancti Bonifacii de Verona, qui fuerunt comites marchiae Trevisanae et Archiepiscopos.... Comites Sancti Bonifacii in Parabiago resedere. Ab istis enim (sci. ducibus de domo marchionum Estensioni) suae originis exordium, ut aliqui dicunt, vel potius secundum aliis, illi de Soresina suae nobilitatis initium habuerunt„.

 

 

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tuttavia dalla stessa tradizione meglio traspare come i Soresina fossero oriundi dal cremonese (1). Di più, i beni allodiali di codesta famiglia erano tutti in Cerro (2), tanto vicino a Parabiago dove risiedettero i Sambonifazio, i probabili antenati dei Crivelli, dei quali discorreremo altrove. Il Giulini (3) poi, racconta che nel 1251, avendo papa Innocenzo IV chiesto durante la sua dimora in Milano quali fossero le famiglie più nobili, gli fu risposto i Soresina ed i Crivelli, dal che dovrebbesi conchiudere che i Soresina furono rami secondari dei Conti e Marchesi di Milano, che avevano beni nel contado di Seprio e che se tennero feudi in Martesana li ebbero certo in consorzio o condominio col ramo principe, senza esser conti di tutta la Martesana.

 

Un’altra narrazione ancor più oscura attribuisce ai D’Adda la signoria d’un contado in Brianza (4), acquistato da essi quando assieme a Re Desiderio ed altri nobili come loro d’origine longobarda, vi si ritrassero per l’estrema difesa. Ora, è vero che i D’Adda ebbero amplissimi beni in Martesana (5), ma tutt’ al più potevano essere conti rurali come i Soresina, pure di stirpe Longobarda (6),

 

 

(1) Astegiano, Cod. Dipl. Cremonensis, I, in Hist. Pat. Mon., SS., Serie 2, I, 68.

(2) Della Croce, Codice dipl., ms. all’Ambrosiana v, 4 carte degli anni 1075, 1101 (testamento di Rogerio Soresina) 1104, 1115 etc.

(3) Giulini, op. cit., vol. VIII, 91.

(4) Fagnani, nella copia ms. all’Arch. di Stato di Milano, vol. let. A f. I.

(5) Dozio, Cartolario Briantino passim e Della Croce, ms. cit. v. 6 e 7 pas.

(6) Astegiano, Cod. Dipl. Cremon., loc. cit.

 

 

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in condominio coi ramo principe, senza esser conti di tutta la Martesana.

 

Un’ ultima parola sta Conti di Torrevilla, dei quali proprio nessuna traccia n’è rimasta (1). Qualanque possa esser stata la famiglia che portò tal titolo, fors’anche i D’Adda o i Soresina, data e non concessane l’esistenza, un tal contado proprio nel centro della Martesana, sopra Barzanò, sempre più proverebbe che colà non v’ era un unico contado unito, bensì probabilmente dei conti rurali, simili ai numerosi del Genovesato (2). Parecchie terre martesane erano poi possedute da conti ben noti, e così Grimaldo Conte, ai tempi di Berengario I possedeva, oltre ad alcune terre del contado di. Lodi, il mercato del Borgo di Vimercate (3); Oberto, marchese e conte di Milano, vendeva, nel 999, alcuni suoi beni posti presso Monza e nella Martesana (4); nel 961, Nantelmo, conte di Seprio, possedeva Osnago ch’egli vendeva (5) ad Attone, conte di Lecco, il quale, inoltre, possedeva Brivio, come parte dei suoi beni d’Almenno.

 

 

(1) Flamma, Man. Flor. in Rer. Ital. Script. XI, 532. Qui credo opportuno notare che altrettanto devesi dire del Comitatus Trivilli confinante con la Martesana a sud-est. Il Giulini per il primo, studiando an diploma di Enrico del 4 Aprile 1081 (Giulini, op. cit., Arch. Stor. Ital. 1902, v. XXX) ed osservando come Treviglio pagasse la sculdassia ai suoi Conti, dedusse ch’esso costituiva un contado rurale; e nel vol. IX delle sue Memorie, facendo la rassegna dei Contadi e delle loro terre, annoverò il Contado di Treviglio e ne indicò i paesi. Ora è più che certo che nessuna traccia rimase di cotesti conti. Inoltre i documenti ci assicurano che tal contado non esistette affatto, ma che Treviglio apparteneva ai Conti di Bergamo. Infatti nel 962 Giselberto, Conte di Bergamo, tiene un placito in Comitatu Bergomi in villa quo dicitur Caravaggio; e così più tardi nel 1053 Arduino, Conte di Bergamo, tiene un placito a Pontirolo (Lupus, Cod. Dipl. Berg., v. II, 738). Codesta sculdassia adunque del documento ricordato dal Giulini non era pagata a un conte del luogo, bensì al conte di Bergamo che vi aveva giurisdizione, come osservò il Lupus (op. cit., II, 738); per cui dobbiamo concludere che il Contado di Treviglio non esistette e si deve quindi togliere dal novero dei contadi rurali del milanese (Casati, Treviglio di C. d’Adda, Milano, 1873 pag. 33 e seg.; Carminati, Treviglio e territorio, Milano, 1892.

 

(2) Desimoni, Le Marcha d’Italia (Rivista Univ. IX alla lett. 1.a e 2.a).

(3) Hist. Patr. Mon., vol. XIII, 747 e seg.

(4) Giulini, op. cit. I, 689.

(5) Lupus, Cod. Dipl. Berg., II, 250; Dozio, Cartolario Briantino, 27.

 

 

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Numerosi beni di Martesana si vedono in seguito disputati dapprima tra il Conte Riccardo, sua moglie Valderada e Leopoldo, vescovo di Tortona, poi tra il conte Ugo o Berengario prete e coloro che da Liutfredo, vincitore della prima lite, li avevano ricevuti per contratto o in dono (1): beni e località che le carte dicono senz’altro del contado di Milano.

 

Oltrecchè dai conti di Milano, parte del territorio chiamato Martesana dipendeva più tardi da Como (pieve di Lenno 1240) Notate che Lenno, geograficamente, apparteneva alla, valle di Lugano e, politicamente, a Como, come risulta indubbiamente da un decreto di Enrico II (2). Di più, durante l’impero del Barbarossa (1164), parte della Martesana, probabilmente quella che trovammo chiamata de medio, era unita al Seprio sotto Gotzoino conte tedesco, e parte, forse l’abduana, dipendeva da Trezzo, come si vedrà.

 

Infine manca assolutamente anche la memoria di un antico capoluogo di codesto contado, perchè quando esso fu eretto in capitanato variò di capoluogo (3) in brevissimo tempo, sicchè dobbiamo conchiudere che la Martesana fino a quasi tutto il XII secolo rimase semplice territorio soggetto a Milano, esteso entro quei limiti che noi abbiamo più sopra indicati.

 

 

            § 4.° Le vicende. — Le vicende cui fu soggetto il territorio Martesano meglio serviranno a chiarirci la vera condizione di esso.

 

Nell’intricato organismo medioevale, sopra la cosidetta plebe, strano amalgama di vinti e di vincitori infelici, oltre i signori drimi (Vassi, Vicedomini, etc.) che comprendevano i grandi ecclesiastici e laici (4), stava una congerie numerosa di signori minori (5), che riconoscevano per loro signore un vescovo, un conte, un duca, un abate, etc. Questa seconda categoria era, a sua volta, distinta in due: valvassori maggiori e militi minori;

 

 

(1) Tatti, Annali di Como, I, 398; Giulini, op. cit., I, 682; Dozio, op. cit., 56 ; De Vit, Il Lago Maggiore, Prato 1877, vol. I, 364; Dionisiotti, Famiglie celebri Medioevali, Torino 1887, pag. 178 e seg.

(2) Tatti, Annali di Como, II, 516.

(3) Da Barzano (1415) a Cantù (1442) a Vimercate (1463); v. Osio, Doc. Dipl. II, agli anni.

(4) Haulleville, op. cit., I, 149.

(5) Giulini, op. cit., I, 567.

 

 

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dei quali, i primi credono alcuni (1), che in Milano, fossero chiamati capitanei, i secondi valvassori, propriamente detti.

 

Per quale ragione queste due fazioni si trovassero in discordia, a noi non importa investigare (2); fatto sta che i valvassori vennero in aperta guerra in città (1036) contro i nobili maggiori capitanati dall’arcivescovo e dopo dura lotta ne furono scacciati (3). I ribelli esuli si procacciarono alleati per la campagna e si unirono ai „Martiani et Seprienses pluresque regni commilitones„ (4) e ai lodigiani e presso il luogo chiamato Campo Malo (5) in una battaglia terribile, pare prendessero la rivincita sull’arcivescovo.

 

Nell’anno 1042, quasi non bastassero le guerre che avevano devastato il nostro paese, per un leggero incidente, tra plebei e nobili, si accese in città una lotta terribile, originata dall’antagonismo sordo delle due parti, specialmente dopo la vittoria di Campo Malo. La plebe ebbe il sopravvento e la nobiltà fu costretta di uscire (6).

 

A questi nobili esuli, valvassori maggiori o minori (7), come prima ai valvassori ribelli, si unirono i medesimi martesani e sepriesi e, portatisi con loro attorno alla città, vi fabbricarono sei castelli per cingerla di sicuro assedio (8).

 

Unisco a questi fatti, benchè posteriori di un secolo, la guerra contro Como (9) (1125). A me non tocca parlare delle cause di questa guerra, conseguenza delle lotte ecclesiastiche che turbarono l’impero e Milano specialmente (1045-1090).

 

 

(1) Id., I, 56 e seg.

(2) I. Giuron, La credenza di S. Ambrogio e la lotta, ecc. in Arch. Stor. Lomb., a. III, 1870, p. 583 e IV, 1877, p. 70.

(3) Wippo, Vita Cunradi in Mon. Germ. hist.; Arnolfo, lib. II, cap. X, R. I. S., V; Landolfo Seniore in R. I. S., vol. V. e Mon Germ. hist. Script., VIII, 14 e 63.

(4) Arnolfo, loc. cit. e. Landolfo, loc. cit.; Tristano Calco, Historia, ecc.; Giulini, III, 279 e seg.; Arch. Stor. Lomb., a. XVI, 1889, p. 137.

(5) Sigonio, op. cit. 231, etc. le cit. prec.

(6) Giulini, op. cit.; Corio, all’anno; Arnolfo, Hist. Med. lit., II, cap. X in Mon. Germ. hist.; Calco, op. cit., lib. VI, pag. 129.

(7) Haulleville, op. cit., I, 129.

(8) Giulini, Corio, Calco, Arnolfo, ecc. all’anno.

(9) Il Dozio, op. cit., non accenna a questa guerra e alla parte che vi prese la Martesana. Anche il Verri (op. cit., II, 197), se la sbriga in poche parole.

 

 

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 Fatto per noi significante è il trovare nel furore della lotta (1125) i Canturini farvi comparsa da soli, ma ricevere una solenne sconfitta all’Acqua Negra. Dopo di che essi spedirono ambascerie a Milano (1), la quale deliberò di soccorrere i comuni amici, sicchè questi, uniti con altri abitanti della Martesana, sconfissero solennemente i comaschi (2).

 

Da questo gruppo di fatti, per sè tanto semplici, gli storici ricavarono, quali più quali meno, conseguenze svariate e, sempre basandosi su analogie poco approfondite, le più ardite ipotesi. Valga per es., il Giulini, il quale, a proposito degli aiuti prestati dai martesani ai ribelli scrisse (3): Facilmente gli abitatori del Seprio e della Martesana che, già del pari come i Milanesi, sottrattisi in gran parte ai governi dei loro conti, si regolavano a guisa di repubblica, si accordarono ai nemici della città.

 

Seguirono il Giulini l’Annoni (4), il Redaelli (5), e sopratutti Ignazio Cantù (6), il quale in un capitolo delle sue Vicende della Brianza ritrasse coi più fantastici particolari la fisionomia di una repubblica briantea, la quale fece le sue prime prove d’armi nella guerra di Como.

 

Chi vide meglio di tutti fu certamente il Dozio (7), il quale a ragione osservò come dalle parole di Arnolfo non derivino le conseguenze del Giulini, perchè non tutti gli abitanti della Martesana,

 

 

(1) Giulini, op. cit., vol. V, 194 Corio all’anno e An. Comense.

(2) L’An. Comense (Rer. Ital. Script., vol. V, 440) scrive :

 

Canturium repetunt et dimittunt Viezolum

Martianum nunc inde petunt predamque reducunt

Ast mediolanenses, clam tum profilientes

Et se miscentes cum istis canturienses,

Cum quibus et muiti sunt juncti de comitatu

Undique consurgunt equites peditesque fluentes.

 

Il Muratori in nota avverte che quei de comitatu non vuol significare del contado, bensì della lega o compagnia.

 

(3) Giulini, op. cit., vol. III, 279.

(4) Annoni, Storia di Cantù, pag. 138.

(5) Redaelli, Storia della Brianza, fasc. III.

(6) I. Cantù, Vicende della Brianza, capo X. Il Cantù applicò alla Brianza notizie autentiche pei contadi rurali di Bologna.

(7) Dozio, op. cit. p. 23.

 

 

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bensì i commilitones (1) dei ribelli, ossia i valvassori, si uniscono loro nel moto insurrezionale. Meglio ancora delineo la cosa Tristano Calco, che nel secondo moto fece entrare „qui nobilissimas regiones incolunt sepriensem et martesanam„ (2). Non dunque una repubblica del Seprio e della Martesana, quantunque male scrivesse il Dozio che, in caso contrario, non saprebbe comprendere come un popolo movesse contro un popolo in favore di nobili (3). Il Comune o la Repubblica medioevale non era che „universitatem et corpus civium cui sunt proprii magistratus, proprii reditus et jura multa et privilegia in regimine urbium„ (4) e la parte aristocratica vi prelevava, specialmente nei contadi rurali (5). Per sè quindi una repubblica aristocratica avrebbe potuto benissimo prender parte, in favore dei nobili, in quei moti. L’inganno sta altrove e neppur il Dozio lo intravvide.

 

Nei dite moti sopraricordati, noi trovammo costantemente uniti Martesana e Seprio, e siccome il Seprio precisamente in quelli anni aveva ancora i suoi conti, un Rodolfo nel 102? ed un Wifredo nel 1043 (6), così tutt’al più per analogia si sarebbe potuto arguire che anche la Martesana avesse il suo conte e non un governo repubblicano. Il Dozio, veramente appoggiandosi a carta del 1014, a una narrazione del Fiamma e ad una congettura del Giulini, vorrebbe che quel famoso Ugo, il quale col fratello Berengario, fu cosi infesto al milanese e ne fu più tardi scacciato, fosse conte non solo del Seprio, ben anche della Martesana: „chè io tengo che il contado di Martesana abbia avuto a signori i conti di Seprio„ (7). Ma se vera fosse tale opinione, nelle carte si troverebbero tracce di quella Signoria, specie in una del 961 (8) dove si legge che Nantelino, conte di Seprio, vende ad Attone, conte di Lecco, alcuni suoi beni di Osnago nella Martesana.

 

Ad ogni modo dalla partecipazione del Seprio e della Martesana

 

 

(1) Arnolfo, lib. II, cap. 10 in Mon. Germ. Hist.

(2) Tristano Calco, op. cit., lib. VI, pag. 129.

(3) Dozio, op. cit. a pag. 24.

(4) Muratori, Antiq. med. aevi, I, 981.

(5) Giulini, op. cit., III, 304.

(6) Vedi al capitalo dove si parla del Seprio.

(7) Dozio, Cartolario Briantino, pag. 54 n, 2.

(8) ld., p, 27. Carta pubblicata dal Lupi.

 

 

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alle lotte interne di Milano non ne consegua la partecipazione di un governo comitale sia del Seprio che della Martesana. Perchè il Conte nel suo stesso contado, non aveva nelle mani tutto il potere militare, bensì ai feudatari minori ed in genere ai nobili restavano armi e milizie proprie, distinte da quelle delle singole comunità, fin verso la fine del secolo XII (1). I nobili della Martesana, numerosi assai aiutarono i ribelli. Per poco che noi guardiamo in un elenco delle famiglie milanesi, come ad es. nella matricola delle famiglie nobili del 1377 (2), e meglio ancora nell’elenco delle famiglie della Motta e dei capitani e valvassori lasciatoci dal Fiamma, ci accorgiamo subito del numero considerevole di quelle oriunde della Martesana (3). E considerate che codeste famiglie in questi tempi (1036-1040) abitavano ancora in campagna e solamente più tardi si ridussero a vivere in città (4), come particolarmente potei anch’io provare per la famiglia dei Vimercati (5). Inoltre vivevano probabilmente in consorzio tra loro (6), perchè rami forse di un unico ceppo dipendenti dal Conte di Milano, come quei del Seprio dipendevano dal Conte di Seprio.

 

Altro indizio che la Martesana in questa età non aveva, come il Seprio conti, e più tardi consoli, resta la sentenza di Centemero (7), simile in tutto a quella riportata dal Giulini (8) e nella quale intervengono i consoli di Seprio (1148). I Consoli di Milano (1150) condannano gli abitanti di Centemero dando piena ragione alla chiesa di Monza e al loro giudizio non fu presente alcun console di Martesana. E finalmente, nel 1015, quando l’imperatore Enrico (9) mandò due suoi messi imperiali nei contadi di Pavia, Milano e Seprio, non fece cenno della Martesana, che doveva valere come la Bazana,

 

 

(1) Vedi al capitolo seguente il Seprio.

(2) Giulini, op. cit. IV, 644.

(3) Fiamma, Cronicon Majus in Misc. Stor. Ital.; Giulini, op. cit., IV, 104 e 644, d’Adda, d’Aicurzio, d’Annone, Carcano, Da Bernareggio, da Oreno, da Velate, da Monza, da Meda, da Tignoso, da Crippa, da Vimercate e molte altre.

(4) Giulini, op. cit., I, 213, 633 e III, 430 e seg.

(5) Arch. Stor. Lomb., a. XXIX, 1902, p. 141.

(6) Desimoni, op. cit.

(7) Frisi, Memorie di Monza, v. II, all’anno.

(8) Giulini, op. cit., V, 486.

(9) Giulini, op. cit., III, 117.

 

 

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mentre non nominò Lecco perchè la famiglia dei suoi conti s’era estinta con Attone nel 975 e ne era successo in parte l’arcivescovo di Milano (1), e Stazzona perchè passata anch’essa, probabilmente nel XII sec., all’arcivescovo di Milano (2).

 

Dopo le lotte intestine e la guerra di Como non troviamo notizie della Martesana fino al 1157.

 

Narrano Sire Raul (3), l’A. Piacentino (4) e il Morena (5), che l’imperatore Federico, tolto il primo assedio di Milano, andò a Bolgiano e di là a Monza dove adunati in convegno martesani e sepriesi, comprò la loro alleanza staccandoli dai milanesi, cui prima avevano giurato fedeltà.

 

Dal racconto quasi identico dei tre cronisti appaiono due fatti: un accordo primitivo fra martesani e sepriesi con Milano; la loro defezione e conseguente alleanza col Barbarossa. Della qualità dei contraenti non v’ha dubbio, il Morena chiaramente parla di equites e noi attribuiremo questi fatti agli stessi nobili, i quali fecero comparsa negli avvenimenti ricordati precedentemente, non ad un possibile governo martesano. Però ci resterebbe a chiarire se i martesani fecero una alleanza coi milanesi prima della calata del Barbarossa o se loro giurarono semplicemente fedeltà. Sire Raul e il Fiamma (6) alludono ad un semplice giuramento; l’anonimo ad una vera alleanza.

 

 

(1) Cfr. ai capitolo Il Contado di Lecco.

(2) Cfr. al capitolo Il Contado di Staziona.

(3) Sire Raul, De rebus gestis etc. in R. I. S., VI, col. 1181. „. . . . ascendit modoetiam et ibi moratus est pius octo diebus et ibi fecit concordiam cum martensibus et sepriensibus data eis maxima pecunia et sic derelinquerunt mediolanenses quibus furaverant et quibus erant innumerabilibus parentelis coniuncti„.

(4) A. Placentino, Cronica, cit. pag. 113. „Postea ascendit modetiam et morando ibi fecit concordia caute cum Martensibus et Sepriensibus, data eis maxima pecunia et sic derelinquerunt mediolanenses quibus curaverant et federati erant„.

(5) Morena, Hist. Laud. in R. I. S., VI, col. 1015. „Postque haec itaque imperator ab obsidione discedens.... in Egociam perrexit, ibique equites de Martesana et Sebri conveniens, pactum cum ipsis iniens, eos in sua tuitione suscipiens, omnes sibi fideliratem fecerunt„.

Vide etiam Mon. Germ. hist., Scriptores, XVIII, 366 e seg.

(6) Flamma, Manipulus florum in R. I. S., XI, 610. “Tum imperator Martesanos et Seprienses a fidelitate, quam mediolanensibus juraverant, absolvit„.

 

 

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Le ragioni addotte dal Dozio (1) per provare che si tratta di semplice giuramento di fedeltà mi sembrano più che sufficienti; essere cioè assurdo l’ammettere distinte da Milano terre cosi ad essa vicine, dopo che essa aveva fatto sforzi così giganteschi per sottomettere Como, Pavia e Lodi, e dopo che poneva sue guarnigioni a Lecco, Argegno, Orana (2) ed in altri luoghi, oltre la sua vera campagna; essere impossibile una alleanza dove era superiorità di dominio. Per non dire che l’Anonimo è un rifacitore di Sire Raul (3) e parla tanto di giuramento che di alleanza confondendo facilmente le cose. Ma la foga della difesa fece trascendere il Dozio, il quale rimproverò al Giulini d’ aver creduto ad una alleanza, mentre questi altro non fece che tradurre ad literam Sire Raul nè scrisse quanto quegli gli attribuì vedendo più di quel che c’era (4).

 

Una vera alleanza fu invece il patto di Monza, alla quale sembra che malvolentieri si assoggettassero i nobili sepriesi e martesani, anche dopo le terribili devastazioni che i soldati imperiali avevano fatto nelle loro terre (5), se l’imperatore li dovette sedurre con denaro. La devastazione, cominciata nel Seprio (6) gradatamente si estese alla Martesana,

 

 

(1) Dozio, Il Contado della Martesana, p. 25.

(2) Sire Raul, op. cit., in R. I. S., VI 1179. “Mediolanenses in montanis partibus custodiendo rocham de Leuco et tres Ardegnos et Oropium et alia multa loca„.

(3) Huillard, Prefazione alla Cronica dell’Anonimo Piac.

(4) Dozio, op. cit., pag. 24 e seg. Dice: "Il Giulini accennando a questi fatti scrive che prima d’allora gli abitanti del Seprio e della Martesana erano alleati dei Milanesi„, li Giulini invece (vol. VI, p. 16) scrive: "L’imperatore passò a Monza. Quivi stabili un trattato tra gli abitanti della Marziana o Martesana e del Seprio, dando loro una grandissima quantità di denaro, da cui sedotti abbandonarono i Milanesi, ai quali avevano giurato fede e coi quali erano congiunti con innumerevoli parentele„.

(5) Giulini , VI, 150 e Corio, I, 41, cfr. da Ottone di Frisinga, Radevico, Sire Raul, An. ecc.

(6) Nei patti della resa di Milano (7 settem. 1158) è scritto: “Sar lecito ai milanesi, per lo sborso del pattuito denaro, fare una colletta fra quelli che erano soliti essere in loro compagnia, eccetto i Lodigiani e i Comaschi ed alcuni del contado di Seprio che di fresco avevano giurato fedeltà all’imperatore„ Giulini, op. cit., III, 165.

 

 

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ove grandi fautori del Barbarossa furono Algiso (1), abate di Civate, Guido arciprete di Monza, che fu investito di beni in essa (2), i Carcano, i Parravicino ed altri (3). L’imperatore poi, unendo i nobili della Martesana a quelli del Seprio, loro propose un governatore unico, che i cronisti chiamano Gozolinum, Gozionum o Gozonum (4).

 

 

            § 5.° Il Conte di Martesana e Seprio. — Così noi troviamo costituito un Contado Sepriese-Martesano col conte tedesco Gotzoino e quantunque ci riserbiamo di discorrere altrove della costituzione di esso, pur tuttavia verremo qui esponendo quei fatti, i quali possono giovare a noi per ben comprendere quale valore avesse tutt’ora la Martesana. Perchè la nuova istituzione del Barbarossa assunse anche una importanza corografica, e le terre Martesane per la prima volta vennero staccate da Milano e circoscritte entro limiti fissi.

 

Riepilogherò in breve gli avvenimenti successivi.

 

Dopo il convegno di Monza l’imperatore passò a Trezzo, dove lasciò un presidio e due comandanti, Corrado di Maze e Rodogerio, i quali, come tutti i tedeschi, infestarono buon tratto del territorio (5) milanese.

 

L’anno seguente (1138) Rinaldo cancelliere, Ottone conte,

 

 

(1) Dozio, op. cit., pag. 25; Giulini, all’anno.

(2) Frisi, Memorie di Monza, II, 63.

(3) Flamma, Man. Flor. in R. I. S., XI, 630 “Civitates proditores sunt isti : fili de Carchano et de Paravisino cum tota Marresana ut Coffa (?) Corone, Herba et ornrics terrae circumstantes„. I Vimercati però fedeli a Milano, in questi anni non erano in Martesana, ma vi avevano tutto venduto ed abitavano a Milano. Cfr. Arch. Stor. Lomb., a. XXIX, p. 141.

(4) Sire Raul “Et dedit eis comitem Gozionum, quem de illis comitatibus investivit„; Anon. “Statim Imperator dedit comitem Gozonum, quem de illis comitatibus investivit”; Morena “Comes Gazolinus Teutonicus et quem inperator proposuerat illis de Sepro et Martesana„; Flamma, Man. Flor., “Comitem Genzomen eis in Vicarium dedit„; Giulini, VI, 167; Corio all’anno; Frisi, op. cit., I, 314; Dozio, op. cit.; Haulleville, op. cit., II, 153. (Male scrisse la marca di Martesana).

(5) Sire Raul. “Perrexit Tretium et in eo posuit milites centum, quibus proposuit Conradus de Maze etc. Rodogerium„; An. Piac., loc., cit.

 

 

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Palatino di Baviera e, secondo Radevigo, Gotzoino conte di Seprio e Martesana, con Guidone di Briandate, si recarono a Milano per imporvi un potestà imperiale, i milanesi non solo vi si opposero, ma prese le armi si impadronirono di Trezzo facendone prigionieri i tedeschi (1). I martesani e i sepriesi ciò non ostante continuarono nella loro devozione all’ imperatore seguendone anche lo scisma, per il che dal Cardinal Legato furono scomunicati insieme ad altre città lombarde (2) (27 febbraio 1160).

 

La guerra riaccesasi tra milanesi e imperiali, si svolse in gran parte su territorio martesano, dove non poche famiglie nobili e, qualche paese tenevano per Milano. Nell’aprile 1160 tre porte di Milano assediarono Zezana, Erba, Parravicino e Cornate: in maggio l’imperatore devastò la Martesana tra il Lambro ed il Seveso, tentò di liberare Carcano assediata dai milanesi e fu sconfitto alla Tessara (3).

 

Dopo una breve fazione nel Seprio (1161 assedio di Castiglione) il 26 marzo 1162 Milano si arrese e i martesano-sepriesi distrussero Porta Nuova (4). In questo anno l’imperatore mandò i suoi potestà per le città italiane e a Milano Pietro Cunin, in Como Pagano, nel contado Sepriese-Martesano io stesso Gotzoino e in Trezzo riconquistata Marquardo di Wenibac e il conte Ruino (5). Monza restò feudo diretto dell’ imperatore, il quale vi lasciò Rinaldo di Colonia e Guidone di Briandrate. Nel 1164 Federico diede per successore a Pietro Cunin Marcoaldo di Crumbec risiedente in Monza, cui succedette nel 1166 Corraeo Disce (6).

 

Finalmente nel 1167, dopo la conclusione della Lega Lombarda, gli alleati ripresero Trezzo con Ruino,

 

 

(1) Radevico, lib. II, cap. 25; Giulini, VI, 177; Corio all’anno etc.

(2) Sire Raul, R. I. S.,VI, 1184. “Johannes de Aragnio excomunicavit.... rectores et consules.... Sepri et Martesane„. Anon., cit. p. 116. ”Johannes de Aragnio excomunicavit... episcopos Sepri et Martesane„. In nota si legge: “In codice parisiensi rectores el consules.... Seprii et Martesane„.

(3) Sire Raul, op. cit., in R. I. S., VI, col. 1184 e seg.; Giulini, all’anno; Corio, id.

(4) Tutti i cronisti e storici milanesi: Sire Raul, An., Fiamma, Giulini, ecc.

(5) An. e Sire Raul all’anno. Morena, op. cit. in R. I. S., VI, col. 1125.

(6) Giulini, op. cit., VI, 177 e seg.; Frisi, op. cit., I, 139 e seg.

 

 

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e nel principio del 1168 il Seprio e la Martesana (1) ritornarono ai milanesi, coi quali combatterono a Legnano e dai quali dipendettero dopo la pace di Costanza (giugno 1183) e il patto di Reggio (febbraio 1185) (2). In quest’ultimo si vedono dall’ imperatore indicati i confini del Seprio, limitato a est dal Seveso, oltre il quale si estendeva la Martesana. Questa a sud doveva confinare con la pieve di Bruzzano che, ad attestazione del Morena (3), apparteneva a Milano e colla corte di Monza. Il Dozio afferma, senza provarlo, che Monza era la capitale del Contado Sepriese-Martesano (4), ma per non dire che era inutile affatto una capitale in un governo simile a quello di Gotzoino, osservo subito che prima del 1158 Monza era dipendente da Milano, dalla quale l’imperatore la strappò nella Dieta di Roncaglia (5). Divennero poi feudo diretto dell’imperatore che nel 1163 vi risiedette, e stettero certo a Monza i legati imperiali Rainaldo di Colonia e Guido di Briandrate, e più tardi Marcoaldo di Crumbec (6), cui era dato il Milanese. Anzi prima di lui Pietro Cunin, legato del vescovo di Liegi, volle cacciar le sue unghie anche qui, come attesterebbe Sire Raul (7). Monza dunque era feudo diretto dell’ impero, per cui la sua corte segnava il confine sud della Martesana o, per lo meno, non era dipendente da Gotzoino. A nord Asso, Garlate, Oggionno, erano certamente nella Martesana e lo era forse già anche Lenno: quanto all’est il Contado confinava con la Molgora. Parlando della giurisdizione del governatore di Trezzo, Sire Raul e l’Anonimo attestano ch’essa si estendeva ad ovest fino alla Molgora (8), il Morena che comprendeva a est Bergamo,

 

 

(1) Continuator Morenue all’anno; Sire Raul, An. cit. ecc.; Vignati, Storia dipl. della Lega Lombarda, pag. 168.

(2) I patti di Costanza e Reggio nel Muratori e Vignati, op. cit.

(3) Morena all’anno. Appartenevano a Milano le pievi di Nerviano, Cesano, Trenno, Bruzzano, Bollate, Segrate, S. Donato, S. Giuliano, Settala, Mezate e Locate.

(4) Dozio, op. cit., 29, in nota 30 e 34.

(5) Giulini, VI, 320 e seg.; Frisi, op. cit., I, 117 e seg.

(6) Giulini, op. cit., VI, 300; Burocco, Frammenti dell’Imperial città di Monza, ms. del sec. XVIII dell’Arch. Capitolare di Monza.

(7) Sire Raul, all’anno 1163.

(8) Sire Raul, Anno 1162 “Marquardus de Wenibae qui Tricium morabatur, usque ad Mergoram idem faciebat„. E all’anno 1158 “Cererunt lacere usque ad plebem de Segrate„; Anonimo, 1162 „Marquara qui Tercaim tenebat, usque ad Mergoram idem faciebat„.

 

 

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ad ovest la Martesana (1). Che il distretto militare di Trezzo confinasse con la Molgora, restando in essa parte della pieve di Brivio e di Vimercate, non ne dubito, come non dubito che nel 1162 restò invariata l’autorità di Gotzoino (2) (e lo disse (3) anche il Morena), solo cambiandosi i titolari di Trezzo, dopo la prigionia dei primi due sfortunati. Ma l’attestazione del Morena è preziosa in quanto che è indizio che alle terre comprese tra la Molgora e l’Adda, rimaneva e si estendeva con valore territoriale il nome di Martesana, costituendone quella parte che trovammo chiamata Matesana abduana. L’imperatore aveva bensì limitato la Martesana, restringendola alle terre di spettanza di Gotzoino, ma il significato comune di quel nome rimaneva ancora e Martesana continuavano a chiamarsi altre terre che non dipendevano dal Conte tedesco. Non pensiamo quindi ad un rimaneggiamento di Federico nelle terre milanesi per una nuova divisione nel 1162 (4), nè ad una dimnitio capitis per Gotzoino, come vorrebbero il Dozio, il Corio ed altri (5), appoggiandosi al Morena: tutto rimane immutato non cambiandosi che qualche titolare. Martesana essendo un nome territoriale aveva un valore elastico per cui il Morena,

 

 

(1) Morena, an. 1164. “Apud castrum Tritii Ruinum potestatem esse disposuit, qui suas rationes per totam Martesanam ac per totum pergamensem episcopatum et etiam usque ad ripaltam siccam exigeret„.

(2) Sire Raul, an. 1162 “Comes Goitzonum in Seprio et Martesana idem faciebat„ Anom., an. 1162 “Comes Genzonus in Seprio et Martesano secundum predictum rnodum colligebat„.

(3) Morena, luglio 1161 “Comes Gazolinus theutonicus et quem imperator proposuerat illis de Seprio et Martesana„; Annates mediolanenses, 1163 (Mon. Germ. Hist., Scriptores, XVIII, 374) “ Comes Cozonus in Seprio et Martexana secundum predictum modum colligebat„.

(4) Haulleville, op. cit. II, 173.

(5) Dozio, Op. cit., pag. 35; Corio, op. cit, I, a pag. 120 scrive: “Federico ordinò che il Contado di Milano fosse diviso in sei parti: I. Mairaga col Conte Amohord; II. Lecco coi Conte Abradiense; III. Parazzano con Conte Enrico; IV. Brugaria col Conte Arsella; " V. Seprio col Conte Nicolao; VI. Milano sotto il Vescovo di Liegi„. Più sotto a pag. 244 e nello stesso anno 1161: “Diede Seprio al Conte Gozzolino a Trezzo costituì Ruino, il quale volle che esigesse le ragioni imperiali da tutta la Martesana e dal Vescovo di Bergamo fino a Rivolta„. Qui tradusse ad literam il Morena.

 

 

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da alcune terre dedusse che tutta dipendeva da Trezzo.

 

Avevano quidi il nome di Martesana terre della pieve di Lenno, Asso, Incino, Abbiate, Oggionno, Mariano, Missaglia, Seveso, Albiate, Desio, Brivio, Vimercate e forse giù giù fino a Corneliano (1), divise in due governi; l’uno dipendente dal conte Gotzoino, l’altro dal governatore di Trezzo.

 

 

            § 6.° Dopo la pace di Costanza. — Per quanto i limiti prefissi al nostro lavoro d vieterebbero di percorrere più oltre il campo della storia, giacché dopo la pace di Costanza (1183) e il trattato di Reggio (1185), la Martesana ritorna parte del territorio milanese e perde ogni traccia d’autonomia, tuttavia mi permetto d’indugiarmi ancora sull’argomento, perchè, le condizioni del nostro territorio nei secoli seguenti gettano gran luce sul passato, dal quale dipendono.

 

La distinzione geografica e politica delle due Martesane dopo che in esse ritornò l’intero governo di Milano, rimase e ad essa corrisposero un diverso orientamento di partiti e caratteri opposti. Luoghi principali delle due Martesane dovevano essere Cantù e Vimercate, al che sembrerebbe alludere un racconto leggendario del Fiamma. Narra questi che, nel 1239, Federico II, assistendo dall’alto di una torre allo stilare delle truppe dei milanesi suoi avversari, al giungere di quelli di Cantù e di Vimercate, essendogli stato detto che erano martesani, esclamasse: „Oh quanto è numerosa questa Martesana!„ (2).

 

Ma un avvenimento importantissimo attira la nostra attenzione in questo tempo.

 

Narra il Calco, e con lui il Corio, il Giulini ed altri che, durante la contesa tra i nobili e popolani nel 1224 „i capitani e valvassori del contado di Martesana scelsero come potestà Enrico da Cernusco„. In questo stesso tempo Obizzone della Pusterla era potestà di quelli del Seprio;

 

 

(1) Giulini, IX, spiegatone alla carta. Nel capitolo seguente parlando della Bazana mostrerò con documenti come completamente errasse il Giulini identificandola con Trezzo.

(2) Giulini, op. cit., VII, 379.

 

 

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Ottone da Mandello, poi Guidone da Landriano di quelli di Milano; Ardigotto Marcellino del popolo; Busnardo Incoardo dei mercanti e Pietro Cane da Alliate un potestà senza portafogli, come diremmo noi, perchè non si sa con certezza di chi lo fosse (1). Ma è molto probabile ch’egli fosse potestà della Motta, perchè la famiglia de Alliatis era tra io prime in quella lega (2), la quale nell’elenco sopradetto non avrebbe parte attiva.

 

Nella pace detta d’Aveno (1225) fu deposto tra gli altri il potestà dei capitani e valvassori della Martesana e la compagnia di costoro non potè più avere potestà, rettori, capitani e neanche confalonieri, ma solamente consoli (3). Però dopo i nuovi torbidi del 1227, per la pace di S. Ambrogio si stabilì che „della metà delle cariche spettanti ai nobili, un quarto si desse, ai capitani e valvassori della Martesana e del Seprio„ (4).

 

Questi fatti, come i moti nobileschi nominati da noi nelle prime vicende della Martesana, diedero occasione a parecchi storici (5) di far rivivere la repubblica briantea. Ma dopo le nostre prime sicure conclusioni in riguardo a quelli, non è difficile orizzontarci bene tra queste nuove vicende. I discendenti degli stessi nobili, ancora padroni di molte terre martesane, si gettano a capo fitto negli stessi torbidi. Rammentiamo poi che la gran maggioranza di essi abitavano molta parte dell’anno in Milano (6) dove, a lato dei capitani e valvassori cittadini, avevano costituito una lega con propri capi, come chiaramente dice il trattato di Aveno. Questa compagnia e non la Martesana insorge e ad essa, residente in Milano, si apre l’adito alle cariche cittadine, e se dopo una simile concessione scompaiono i movimenti ostili da parte dei nobili sepriesi e martesani,

 

 

(1) id., IV, 289.

(2) Fiamma, Cronicon Majus in Miscell. Stor. d’Ital. Da l’elenco di dette famiglie; Giulini, op. cit., IV. pag. 104 e seg.

(3) Giulini, op. cit., VII, pag. 388 e seg.

(4) Giulini, op. cit., VIII, pag. 150 e Corio all’anno.

(5) I. Cantù, Vicende della Brianza, cap. XVIII e seg.; P. Verri, Storia di Milano, cap. IX.

(6) Giulini, VI, 26; Dozio, Cartolario Briantino passim.; Dozio, Il Contado della Martesana, pag. 37; Fiamma, Cronicon Majus in Miscell. Stor. d’Ital. ca. Fagnani, Le famiglie Milanesi, ms. nell’Ambrosiana di Milano.

 

 

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 è seguo indubbio che in lotta mirava solo alla città e non alla campagna.

 

 

CAPITOLO II. La Bazana.

 

Ponendoci ora a parlare della Bazana ei incamminiamo per un terreno affatto inesplorato e arido. Nessuna carta anteriore alla fine del sec. XII ce la nomina e tra i cronisti la ricordano il Fiamma poi il Giulini, il quale, lasciandosi guidare da semplici congetture, errò nel fissarne la posizione.

 

Ricordando la donazione di alcune terre milanesi fatta dall’imperatore Ottone all’arcivescovo di Milano, il Fiamma (1), come abbiamo veduto, scrive che gli diede il ducato di Bulgaria, il marchesato di Martesana, il contado di Seprio, di Bazaria e di Parabiago (962). Perdoniamogli anche la storpiatura di Bazana in Bazaria, come altrove gli condonammo la confusione di titoli in questa sua narrazione contradditoria e inverosimile; alla quale però alcuni (2) fecero buon viso, tranne il Giulini. Questi anzi ritenne che in quell’età (sec. X) la Bazana fosse completamente soggetta a Milano, e non errò, quantunque più tardi, accingendosi a stabilirne la posizione, privo di documenti, cadesse in un abbaglio abbastanza grave.

 

Quando Federico distrusse Milano (1362), la campagna milanese, come fu detto, era distribuita così: nel centro le dodici pievi di Milano, a sud delle quali i contadi di Lodi e di Pavia, a ovest la Bulgaria, a nord il contado Sepriese-Martesano del conte Gotzoino e ad est il distretto di Brezzo. Ora, ragionò il Giulini (3), noi sappiamo che oltre i contadi ricordati, ve n’era uno che si chiamava Bazana, il quale, nella seconda metà del sec. XIII, era certamente a sud della Martesana;

 

 

(1) Fiamma, Cronicon Majus, loc. cit.

(2) V. Sigonio e Muratori, loc. cit., e il Corio all’anno.

(3) Giulini, op. cit., VI, 309 e seg.

 

 

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per cui non altrimenti che il distretto di Trezzo lo doveva costituire, come sembrerebbe alludervi il nome di baggian dato dai bergamaschi ai milanesi.

 

Senza rilevare che appunto nel sec. XIII l’ex distretto militare, come s’è visto, costituiva la Martesana abduana, indistintamente tutti quanti si occuparono di Trezzo e paesi limitrofi (1) non dubitarono della verità dell’asserto del Giulini. Il Muoni (2) anzi andò più in là e tentando spiegare il nome (3), lo disse derivato da Basiano, piccola terra in quel di Vaprio. Egli però non si accorse che l’antico nome di questa terra era Basilianum, a fianco del quale esisteva, fin d’allora, il nome di Bazana, che non ne poteva esserne derivato. Oltrecchè da Basilianum linguisticamente deriverebbe Basijanum, Basianum e quindi Basiano e non Bazana (4).

 

Cinque documenti da me rinvenuti nell’Archivio di Stato e nella Biblioteca-Archivio Arcivescovile di Milano, mi hanno permesso di stabilire esattamente dove fosse la Bazana, che cosa fosse e da che pigliasse nome. I documenti sono della fine del XII secolo e i primi quattro consistono in atti di compere di terreni situati in Bazana, fatte dal canonico Mainfredo dall’Occhio Bianco; il quinto in una cessione di alcune rendite dello stesso canonico, al Primicerio e al clero delle Cento Ferule, perchè celebrino un annuale per un suo zio paterno e pei suoi defunti. I documenti nominano la Bazana così:

 

(1197) .... Jaciunt foris in Bazana prope Ristocanum.

(1198) .... ibi in Bazana prope cassinam illorum de Castello.

(1198) .... ultra Ristocanum in Bazana.

(1198) .... Ristocanum ibi ubi dicitur in Bazana.

(1199) .... In Bazana iuxta Ristocanum(5).

 

 

(1) Ferrario, Il Castello di Trezza, Milano, 1867.

(2) Muoni, Melzo, Gorgonzola e dintorni, Milano 1886; Casati, Treviglio di Chiara d’Adda, Milano 1873, pag. 33; Carminati, Treviglio e territorio, 1892; Melzi, Somma Lombarda, Milano 1880, pag. 34 nota 3.

(3) Una tradizione lodigiana vorrebbe che Federico I, ad umiliare l’orgoglio dei Milanesi, costringesse la maggior parte di essi a baciar la parte posteriore dei muli imperiali. Da questo fatto deriverebbe il nome bacia-anus (bacianus) e l’appellativo di scherno baggian, lanciato dai bergamaschi ai milanesi! Risum teneatis, amici!

(4) Flechia, op. cit., pag. 10.

(5) Appendice, Documenti all’anno.

 

 

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Potrebbe sorgere il dubbio che si tratti di località e non di territorio, ma quantunque in quei dintorni realmente alcuni paesi si chiamassero Bazana, pure nei documenti, oltrecchè indicati, con la solita formola ex loco et fundo, costantemente sono specificati col nome di Bazzana Giudea, Bazzana S. Ilario, cascina Bazzana (1). Qui si parla invece di cascine poste nella Bazana, di terre al di qua o al di là di un corso d’acqua, indicandone l’ubicazione quasi con un sopranome, come accennerebbe la frase ubi dicitur in Basana. Per chi ha un po’ di pratica delle pergamene non riesce nuova questa espressione. In numerose carte di vendita, ricordando luoghi campestri o nomi di terreni, si usava costantemente la frase ubi dicitur in o quod dicitur in, la quale era convenzionale per denominazioni territoriali (2).

 

Siamo adunque innanzi ad un nome di territorio, del quale anzi, grazie a tali documenti, ci è chiaramente indicata la posizione.

 

Il Ristocano, cui si accenna nelle pergamene, era uno di quei numerosi corsi d’acqua che serpeggiavano attorno a Milano e che più tardi, incanalati diversamente, perdettero il nome, come il Nirone, la Vepra, e in parte, l’Olona e il Seveso. È ricordato da Bonvesin da Riva (3), dal Fiamma (4) e nominatamente negli Statuti di Strade ed Acque (5).

 

 

(1) Nell’Arch. di Stato in Milano: Carte di S. Lorenzo, 30 Giugno 1190, IX “Super flumen olonam prope Bazanam ludeam„; 28 Ottobre 1161, X “ex loco et fundo Basana que dicitur Iudea „Stat. Strade ed acque in Miscell. Stor. d’It., vol. VII, 325.

(2) Appendice docum. all’anno; Codex Diplomaticus. Longob. passim; Puricelli, Monum. Ambr. Basil. passim. Fumagalli, Codice Diplom. Sant’Ambros. passim; Lupus, Codex Diplom. Berg. passim, ecc. Sopratutto un ms del sec. XIII nell’Archiv. Capitolare di Monza; è un inventario di beni della chiesa ed è una miniera di nomi locali campestri, indispensabile per studi di toponomastica milanese.

(3) Bonvesin da Riva, De Magnalibus Urbis Mediolani ed. Fr. Novati in Bull. dell’Ist. Stor. Ital., n. 20, Roma, 1898, pag. 109.

(4) Fiamma, Cronicon Extravagans in Misc. cit.

(5) Stat. Strade ed acque in Miscell. Stor. d’It., cap. XCIII “El fiume de Rostocano quale e de za del loco del Roncheto dove è ona certa bocha che sia et debbe essere alta del fundo del dicto naviglio verso il celo per due terce di un brazo, a brazo da terra et de lagnano e larga e longa talmente che l’acqua da li possa decorrere in quantità sufficiente per duy rozzini„.

 

 

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In questi anzi è indicato come al di qua di Ronchetto e precisamente poco di qua di Ronchetto trovasi oggi una cascina Restocco, tra Rottole e Ronchetto e una villa Restocco si trova più a nord, in vicinanza di una cascina Basciana, sul lato sinistro della strada che da P. Magenta conduce a Quarto Cagnino ed a Quinto Romano, dove, si trovano le cascine di Castello ricordate dal documento come parte della Bazana „ibi in Bazana iuxta cascinam illorum de Castello„. Il Ristocano quindi scorreva a sud-ovest di Milano verso Lacchiarella, come notò il Riccardi (1), e possiamo identificarlo in parte coll’odierno Fontanile Restocco, una roggia che prende tale nome vicino alla cascina Malera (Quarto Cagnino), passa per cascina Castello e Villa. Restocco e si perde nel Naviglio grande poco sopra alla cascina Ferrera, al di qua di Ronchetto (2).

 

Adunque la Bazana si trovava a sud-ovest di Milano, e sulla fine del sec. XII era un semplice territorio, come appare dai documenti. Ed il trovarla tale fino a quell’età ci dispenserebbe dal ricercarne antichi conti o antico capoluogo di contea, dovendosi conchiudere che il nome di comitato gli fu appiccicato nel senso largo nell’età del Barbarossa. Tuttavia noteremo che in codesto territorio trovavasi probabilmente quel Comitatus Turigiae di cui parlò, a suo modo sempre, il Fiamma (3). Nella pieve di Locate v’è una località chiamata Torrigia ed ò verosimile ch’egli alludesse a questa più che all’altra nella pieve di Segrate (4). Veramente egli, narrandocene l’origine, racconta che ai tempo del re Autari e della prima invasione franca, entrarono in Milano e vi si stabilirono parecchie famiglie nuove tra le quali i „comes de Turigia de cuitate Turego, et ualuassores Crivelli ex castro Crivello quod est in Alamania„. L’autore del Flos Florum (5) accettò senz’altro tale leggenda,

 

 

(1) A. Riccardi, Le preziose ed inedite pergamene della Biblioteca Archivio Capitolare di Milano, Perseveranza, 20 gennaio 1889.

(2) Bonvesin da Riva, op. cit., sopratutto la nota del prof. Novati a pag. 109; Vedi anche la Carta del Milanese compilata dallo Stato Maggiore Italiano.

(3) Flamma, Manipulus Florum in R. I. S, XI, 532.

(4) Anche sul Lago di Como, e precisamente presso l’isola Comacina, v’ò una località chiamata Torrigia.

(5) Flos Florum, Cronaca falsamente attribuita a D. Bosso (vedi Ferrai, sul Framm. in Bull. Ist. Stor. II., n. 7, 1889) ms. nella Braidense (AG. IX, 35).

 

 

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che il Fagnani (1) riprodusse con le parole d’entrambi. Da una simile narrazione deriverebbe solamente che in Milano vi erano i conti di Turrigia e non un contado simile; ma pur ammesso che codesti conti avessero un contado, del quale capoluogo fosse la località indicata nella pieve di Locate nella Bazana, meglio ancora ne apparirebbe che la Bazana tutta non fu mai contado, perchè l’ipotetico contado di Turrigia non sarebbe altrimenti che uno dei contadi consorziali simili a quelli ricordati dal Desimoni (2), e non molto diverso dall’ ipotetico contado di Torrevilla.

 

Nella pieve di Cesano Boscone si trovavano le seguenti località col nome di Bazana:

 

Et loco de Bazana uidea pieva de Cixano.

Ei loco de Bazana de Sco. Itario pieve de Cisano.

Le cassine di Bazana de l’ospitale de Sant Vincentio (3).

 

Rimasero le seguenti:

Bazzana superiore . . (Azzago)

Bazzana inferiore . . id.

Bazzanellla . . . . . . . id.

Cascina Bazzana. . . (Quarto Cagnino)

Bazzana . . . . . . . . . . (Landriano, pieve di Decimo) (4)

 

Vera poi il cognome di Bazzana (5).

 

Quanto alla vera scrittura del nome, trovammo nel Fiamma la storpiatura in Bazaria e qualche volta Batiana, Baziana (6) e fors’anche Baitana. Un documento inedito del 16 settembre 1350 dice: „Ad Baitanam extra portam vercellinam Mediolani„ (7). L’indicazione del luogo la identifica completamente con la Bazana.

 

 

(1) Fagnam, Le Famiglie Milanesi, ms. all’Ambrosiana alla famiglia Cr..elli.

(2) Desimoni, Le Marche d’Italia (tett. 1.a e 2.a).

(3) Stat. Strade ed acque (M. S. I., v. VII, 323-354).

(4) Carta del Milanese per lo Stato Maggiore italiano.

(5) Rer. Ital. Script., XV, 555 e XVI. 859 e XXII, 266. Carta in Archivio di Stato di Milano, 7 dicembre 1198 ind. II. “Promessa di Bosco Bazana di Caxiago e Guglielmo di lui figlio di pagane per prossimo S. Michele 25 soldi di moneta nuova all’Arcipr. di S. Maria del Monte„.

(6) Giulini, op. cit., II, 315 e seg.

(7) Arch. di Stato di Milano. Carta del Monastero di S. Agnese, ricordata nei suoi ms. dal Cossa.

 

 

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Tutte queste variazioni però risalgono certamente ad un’unica fonte. In una disposizione testamentaria (1), l’arcivescovo di Milano Andrea lasciava (903) al monasterio di S. Redegonda alcuni suoi possessi „quos habere videor in loco et fundo baciana„. Evidentemente il nome primitivo del territorio era questo di Baciana, il quale ci conduce ancora ad uno di quelli apparenti aggettivi con desinenza in iano, applicato ad un fondo di una gens bacia (2).

 

Dobbiamo quindi ammettere che nei primi secoli dell’era volgare abitasse questo tratto di campagna milanese una numerosa gens bacia, esistente presso i romani (3), padrona di molti fondi baciani, donde il nome del paese (4) e dell’intero territorio.

 

Verso la fine del sec. XII questo doveva avere una estensione abbastanza notevole ed abbracciare parecchie pievi. Nella pace di Costanza e nel trattato di Reggio il nome di Bazana non compare affatto (5), perchè essa non era distinta dalle terre della campagna milanese propriamente detta. Ma allorquando gli statuti del 1211 (6) e del 1216 (7) stabilirono una diversità giuridica, piccola se si vuole, ma pur palese fra le terre entro un raggio di sei miglia attorno alla città e quelle fuori, allora per la prima volta gran parte della Bazana fu separata o almeno diversificata dalla restante e il nome incomincio a far capolino da sè, sempre però nella sua indeterminatezza territoriale.

 

Nell’ anno 1287 (8) noi troviamo un documento nel quale da parecchi arbitri e firmata la pace tra varie famiglie nemiche abitanti in Bazana.

 

 

(1) Giulini, op. cit., IX, Documenti illustrativi sec. X.

(2) Flechia, Alcune forme, ecc., cit., pag. 7.

(3) Mommsen, Corp. Ist. Lat., vol. IV, c. 729 ; De Wir, Onomasticon. Nelle tavole Velleiana e Bebbiana si trovano registrati dei fundi Baciani.

(4) Cossa, Alcuni luoghi dell’Agro milanese, ecc. in Giorn. dell’I. R. Istit. Lomb. di S. e L., 1851, p. 9. Per primo il Cossa dubitò che la Bazana pigliasse il nome da Bazana Giudea e fosse là dove la pongo io. Ma poi ritornò pentito alla supposizione dei Giulini.

(5) Muratori, Ant. Ital. Med. Aev., IV, 317 e Vignati, op. cit., 385; Il Giulini (VII, 16) dal fatto che l’Imperatore dice di cedere ai Milanesi i suoi diritti sui contadi di Seprio, Martesana, Bulgaria e gli altri, asserisce che tra questi altri doveva essere la Bazana. Ma non potevan essere Lecco, Stazzona, Ossola?

(6) Tristano Calco, Historie Milanesi, pag. 81.

(7) Liber Consuetudinum in Berlan, Venezia, 1672.

(8) Milano, Arch. di Stato, carte del Monastero di Chiaravalle all’anno.

 

 

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Vi sono ricordate alcune località, quali Decimo, Vicomaggiore (pieve di Decimo), Baxilio (pieve di Rosate) ed altre che non ho potato identificare (1). Il documento ha una certa importanza, perchè attesta che anche in Bazana si agitavano famiglie potenti, come nel Seprio e nella Martesana e forse per trattare con esse nel secolo precedente il Barbarossa (2), prima del convegno di Monza, passò a Bolgiano (pieve di Decimo).

 

Attesta ancora che le pievi di Decimo e Rosate erano in Bazana come scrisse più tardi l’Azario (3), il che proverebbe che esse non furono mai del territorio di Bulgaria, quantunque pochi anni prima (1270) sieno ricordate come dipendenti dai signori di essa (4).

 

Verso la fine del sec. XIII la Bazana forse ebbe i suoi vicari, ma furono certamente poco numerosi o quasi insignificanti, perchè nessuna traccia vi è rimasta e il Cermenate (5) ancora nel 1313 non s’avvide della esistenza di essa e scrisse: Marthesana quae tertia pars Mediolanensis agri est, intendendo cosi divisa la campagna in Seprio, Martesana e Milanese propriamente detto.

 

Nei 1365 il Seprio e la Bulgaria appartenevano a Galeazzo Visconti ed avevano separatamente i loro vicari con mero e misto impero (6). Il Giulini giustamente asserì che la Bazana e la Martesana appartenevano a Bernabò (7).

 

Martesana e Bazana si fusero in un corpo solo e quantunque nel 1385, dopo che formavano un unico capitanato, tutte le pievi della Bazana passassero in giurisdizione al potestà di Milano (8),

 

 

(1) Sono: Cairago, Caxiadego e Tremedo.

(2) Sire Raul in Rer. Ital. Scrip., VI, 1181; Anonimo P., op. cit., 113. Morena, in Rer. Ital. Scrip., VI, 1015.

(3) Azarius in Rer. Ital. Scrip., cap. XIII, 374.

(4) Bonomi, Diplomata Claravallis, ms. (AE, XV, 24) in Brera. Il Regesto (AE, XV, 32) dice: “Franciscus de la Turre Dominus Bulgarie immunes declarat ab honeribus pubblicis quosdam habitantes in granciis Vicomaioris, Campi Mortui, Villioni, etc. Datum Mediolani MCCLXX.”

(5) Cermenate, Historia, ed. Ferrai, Roma 1889, pag, 21.

(6) Antiqua Ducum Decreta, pag. 8 e seg.

(7) Giulini, XI, pag. 34 e seg. Ho detto giustamente perchè Bernabò dispose a modo suo dei beni propri e che sono tutti quanti di questi contadi. Cfr. Giul., V, 595 e 673 e seg.

(8) Antiqua Ducum Decreta, pag. 8 e seg. G. Galeazzo stabilisce che il capitano della Martesana e Basana “nullam debet exercere jurisdictionem in Plebs de Brusano, de Bollate, Plebs de Desio excepto burgo de Seronio, de Blasonio, de Vedano et loco de Macherio, Plebs a de Gongorzola, Plebs de Mezate, Plebs de Vicomercato, Curia de Modoetia. In fine Plebs de Segrate, Sancio Donato, Sancio Juliano, Septara, Locate, Cosale, Decimo„. Queste ultime costituivano l’intiera Bazana. Anche la pieve di Cesano Boscone passò al Potestà di Milano.

 

 

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il nome di Martesana e Bazana continuò per legge d’inerzia e più tardi l’ultimo scomparve.

 

Il nucleo primitivo della Bazana fu certamente la pieve di Cesano Boscone, ma poi essa si estese complessivamente a terre delle pievi di Rosate, Decimo, Locate e più tardi quelle di Segnate, S. Donato, S. Giuliano, Sedala.

 

Cosi l’antica Bazana risponde perfettamente all’odierna Baza per la sua posizione : non fu chiamata tale officialmente se non verso la fine del XII sec. o in principio del seguente: non ebbe quindi conti dal suo nome nè ebbe a che fare col distretto di Trezzo, come volle asserire il Giulini.

 

 

CAPITOLO III. Il contado di Seprio.

 

Non credo mio compito il soffermarmi a ricercare le origini di Castel Seprio; se esso pigliasse nome da Subrium e dagli Insubri, o da Severum e da Settimo Severo, e se la sua storia preceda in ordine di tempo e di importanza la storia di Milano stessa (1).

 

È certo che il contado pigliò nome dal suo capoluogo, Castel Seprio e che fu il più importante tra tutti quelli della nostra campagna;

 

 

(1) Muratori, Rer. Ital. Script., VI, 1085. Storia del Morena; Castiglioni B., De Gallorum Insubrum antiquis sedibus in Graevius, Thes. Antiq. Rom., vol. I, p. II; T. Calco, Historia glit., IX, 187; Como, Storia di Milano, passim, lib. I e II; Giulini, Memorie, ecc., passim, vol. I; Durandi, Dissertationes ad Insubriae Antiq., cit.; Peluso, Antichità di Castel Seprio in Riv. Arch. delta Prov. di Como, a. II, 1873, p. 19 sgg.; Corbelini, Il Contado di Seprio, Como, Ostinelli, 1872; Brambilla, Storia di Varese, Varese 1874, v. II, 204; Bizzozzero, Storia di Varese, Varese 1881; Melzi, Somma Lombarda, Milano 1880; Spinelli, Sesto Calende, Milano 1880; Diego S. Ambrogio, Castiglione Olona, Milano 1893; Rivista Europea, 1845, Corbellini; L. Corio, Corriere del Lario, 13 e 17 aprile 1872; Darmstädter, Das Rechsgut in der Lombardei und Piemont, Strassburg, 1896.

 

 

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che fu retto da una famiglia molto illustre e che ha una storia degna del più accurato studio e della più profonda riflessione.

 

 

            § 1.° Notizie corografiche. — I confini del contado di Seprio ci sono nelle loro generalità notissimi, grazie alla speciale descrizione che ce ne fece l’imperatore Barbarossa nel trattato di Reggio. Dice infarti l’imperatore in quel memorando documento:

 

„Comitatum autem Seprii...., sic intelligimus.... scilicet per hos fines. A Lacu Maiori sicut pergit flumen Ticini usque in Padrinianum ed a Padriniano usque Cerrum de Parabiago et a Parabiago usque Caronum, et a Caronno usque ad flumen Sevisi, et a Seviso, usque ad flumen Tresae et sicut Tresa refluit in predicto Lacu Maiori„ (1).

 

Questi confini richiedono però qualche parola a riguardo i particolari, perchè se è vero che il Seprio, nella lunga vita politica a traverso il medioevo, mantenne sempre la sua unità, non fu tuttavia così granitico da passar incolume tra mezzo al disgregamento generale e da giungere intatto fino all’età enobarbica.

 

E innanzi tutto noi dobbiamo escludere dal Seprio quella parte della riva sinistra del Verbano che va da Sesto a Ispra (2) mentre comprenderemo la riva che da Ispra sale fino alla Tresa, eccettuato Maccagno che era feudo imperiale. Incluso era pure un tratto sulla destra del Ticino, poichè nel 1013 doveva essere nel Seprio Brunago, pieve di Trecare, dove il conte Riccardo e sua moglie Valderada facevano una vendita „cum noticia Wifredi comitis uius comitatus sepriensis„ (3).

 

 

(1) Muratori, Antiq. Ital. Med. Aev., IV, 317; Vignati, Stor. Dipl. della Lega Lomb., 385.

(2) A proposito della difficoltà sollevata dal Baudi di Vesme (Arch. Stor. Veneto, 1896, pag, 255 in nota) intorno alla identità di Seprio e Stazzona, si discorrerà nel capo seguente.

(3) Blanchetti, Ossola inferiore, II, 33.

 

 

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Ma il Cannobio seprionese non fu cerco quello sulla riva destra del Verbano, bensì, come provò il De Vit (1) alla stregua di nuovi documenti, il piccolo Cannobio del Ceresio presso la via che da Lugano porta a Bellinzona (2). Ed anche buon tratto della riva del Lario faceva parte del contado sepriese. Infatti in un documento dell’804 è nominato „Castro Axongia, finibus Sepriensis„ (3). Il Giulini non seppe identificare questa località ch’è Ossuccio nella pieve di Lenno, poco distante dall’isola Comacina (4). Sicchè il contado nostro si estendeva a tutta la riva orientale del Verbano, al bacino intero del Ceresio, e su’buon tratto della occidentale del Lario, fin quasi a Menaggio, a sud di una linea che dalla punta più a nord del Ceresio, venga fino a Tremezzo, di fronte alla punta di Bellagio.

 

Se ad est la linea del Seveso indica il giusto limite, non altrettanto può dirsi di quella che il Barbarossa disegna a sud, perchè giova ricordare che un documento dell’830 annovera tra s beni del conte di Seprio anche Castano (5) in pieve di Dairago, ed un catalogo delle case degli Umiliati del 1298 pone in fagia de Seprio molte località, che altro catalogo include nella Burgaria e nella Bazana (6).

 

Tali i confini del nostro contado nei secoli IX e X. Ma nei secoli seguenti, e segnatamente nel XII, molte terre se ne staccarono, Balerna, Mendrisio, Ossuccio, Fino, Cermenate ed altre, che compaiono nella semenza arbitrale, altrove citata, come appartenenti a Como, per quanto i conti di Seprio in qualcuna ancora verso la metà di detto secolo (7) vi pretendano il proprio tributo.

 

Dissi che il capolucgo era Castel Seprio. Codesta località in parecchie carte (721-807) è denominata civitas, città. Ma il Giulini (8) e il Wünstenfeld (9) vi credettero poco, adducendo il fatto ch’essa costantemente è nominata vico castello.

 

 

(1) De Wit, op. cit., p. I, capo IV.

(2) Vesme, op. cit. 254. Il chiar. Autore tesse male nel De Vit: Cernobbio sul Lago di Como.

(3) Giulini, op. cit., I, 71.

(4) Vesme, op. e pas. cit., 255.

(5) Appendice, Documento all’anno.

(6) Tiraboschi, Veter. Hum. Mon., I, 377 e seg. “Inveruno, Busto Garalfo, Cornaledo, Saronno, Pio, Castano, Rosate e qualche altro„.

(7) Rovelli, Storia di Como, II, 169 e 384.

(8) Muratori, Antiq. Ital. Med. An., II, 211; Giulini, I, 71.

(9) Wünstesfeld, Della Falsificazione di Doc. Stor. Ital. in Arch. Stor. Ital., 1859. fl. 10, pag. 86, nota.

 

 

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Il Fumagalli (1) però e il De Vit (2) non dubitarono punto della possibilità di tale denominazione ed illustrarono la loro opinione con esempi veramente convincenti. Del resto, per quanto Seprio fosse privo di sede vescovile era capoluogo di un contado rurale di primo ordine; poi è ancor oggi ricco di una tradizione e di una storia, le quali assicurano ch’esso fu, dopo Milano, nei bassi tempi, uno dei primi centri della nostra campagna.

 

 

            § 2.° I conti di Seprio. — Nel contado di Seprio tenne prima il Governo un conte il quale non trasmise in eredità alla famiglia il suo feudo; poi vi si inaugurò una dinastia che lasciò tracce di se nella nobiltà milanese, quando il Seprio, come gli altri contadi, furono annessi alla città.

 

Quali erano le condizioni sue durame la dominazione longobarda?

 

Per quanto non sia proposito nostro occuparci di quella remota età, tuttavia l’addurre qualche fatto in proposito, potrà servire di lame a meglio chiarire le notizie seguenti.

 

Una carta del 735 ci parla di beni posti sul fiume Olona nel contado di Seprio (3). Era adunque già sede cospicua di qualche governo anche durante la dominazione longobarda (4) ed estendeva già la sua giurisdizione su ampio territorio fin da quella remota età? Sembrerebbe di si, ciò che credettero, e non a torto, anche il Giulini e il Fumagalli. Se pensiamo poi allo scadimento della grandezza di Milano in quell’età; all’importanza che ebbero invece Pavia e Monza, non troviamo inverisimile credere che Seprio,

 

 

(1) Fumagalli, Cod. dipl. Santambr., Milano 1805, 3, 118.

(2) De Vit, op. cit., I, 206.

(3) Carta in Arch. di Stato di Milano, Museum Dipl., vol. 3, Monastero di S. Ambrogio. Dei Conti di Seprio non poche favole si raccontano. Vedi in proposito: Costo, Historia di Milano, cap. I, II e III; Fagnani, Famiglie milanesi, Codice ms. nell’Arch. di Stato di Milano, lettera C foglio 338 v, famiglia Castel Seprio; Sironi, Alberi genealogici di famiglie milanesi, ms. della Braidense di Milano (AG., X, 26); Morigia, Nobilità di Milano, ecc. Vedi anche parecchi alberi di famiglie nobili milanesi nel ms. Morbio della stessa Braidense (Cfr. Frati, I codici Morbio, Forli 1897).

(4) Fumagalli, Cod. dipl. Santambr., I, 118.

 

 

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ricco ad esuberanza di grandiose tradizioni, fosse sede di un giudice o di un governatore speciale. Certo è che sin dai primi anni della dominazione franca Seprio compare come capoluogo di un contado e come residenza di un conte.

 

Il primo che la storia ricorda è Giovanni (840 circa), del quale si dice in una carta dell’844 che era stato conte di Seprio ed ora non lo era più (1). Egli è probabilmente quello stesso Giovanni che assieme a Leone, conte di Milano, nell’842 elegge gli avvocati nella causa della badessa Asia di Pavia (2), cd è certo lo stesso che nell’844 era conte di Milano, e nell’857 vassallo e messo imperiale (3). Dopo di lui è menzionato un Roteno gastaldo di Seprio (842), il quale, insieme a Walderico, visconte e gastaldo di Milano, assistette ad uria donazione di beni situati nel Seprio (4).

 

Quel che fosse il gastaldo durante la dominazione longobarda ci è noto. Era giudice e capitano in seconda linea, amovibile a talento del re, talvolta anche chiamato conte (5). Codesti gastaldi gradatamente scomparvero nell’età carolingica, ma i pochi rimasti continuarono nello stesso ufficio. Cosichè non saremmo lontani dal vero opinando che in questi anni (862-870) il conte di Milano fosse investito del nostro contado, nel quale però esercitava la sua autorità a mezzo del gastaldo Roteno e poi forse del regio vasso Eremberto (6). Ciò vien provato da due carte già ricordate e pubblicate dal Giulini, l’una dell’anno 840 circa, l’altra dell’842.

 

Certo conte Alpicario (7) di nazione e di legge d’Alemagna (8), aveva acquistato ai tempi del Re Pipino (780-810) alcuni beni posti nel contado di Seprio

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, 91; De Vit, op. cit., I, parte I, pag. 208; Corbellini, op. cit., 21; Dionisiotti, Op. cit., 169; Brambilla, Storia di Varese, II, 204.

(2) Giulini, op. cit., I, 182.

(3) Dionisiotti, op. e pas., ecc.  Codex Diplom. Long, carte all’anno.

(4) Giulini, op. cit., I, 186; Wünstenfeld, loc. cit.

(5) Schuepfer, Istitut. Longobard., Firenze, Le Monnier 1865, p. 310 e seg.; Haulleville, Les Communes Lombardes, I, 140 e seg.

(6) De Vit, op. cit., I, 218.

(7) È una carta un po’ guasta, senza data, e che da varii indizi assicura trattarsi di una sentenza pronunciata nell’820 circa; Giulini, op. cit., I, 179; Cod. Dipl. Long., n. 138; De Vit, op. cit., I, 254.

(8) “Alpicharius comes de Alemania„ loc. cit.

 

 

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e di Stazzona (1). Alla morte del re egli era passato alla corte di Carlo Magno come aio della principessa Adelaide e aveva ricevato in investitura un contado. Durante questa sua assenza certi Ragiberto diacono e Melfrid suo fratello si impadronirono dei suoi beni, ond’ egli, di ritorno, si presentò al tribunale del conte Leone in Milano per richiedere in forza di legge quanto costoro gli avevano usurpato. I due fratelli, per quanto ostentassero diritti del loro possesso, finsero di cedere spontaneamente al conte quelle terre e col bastone ne diedero a lui l’investitura. Presenti alla causa agitatasi in Milano erano parecchi scavini e testimoni del Seprio. Dopo aver ricuperati in questo modo i suoi beni, il conte Alpicario li donò in gran parte, nell’842, al monastero di S. Ambrogio in Milano (2). Egli abitava allora in Sumirago, nel contado di Seprio, ed alla sua donazione, nella quale trattayasi di beni nei contadi di Stazzona e di Seprio (3), furono presenti Walderico gastaldo di Milano e Ruteno gastaldo di Seprio. Senza interessarci più oltre della persona del conte Alpicario (4), conchiudiamo che tutti questi particolari dimostrano che investito del nostro contado doveva essere il conte di Milano.

 

 

(1) “In primis in Cogaretzo, secunda in Alpeiade, tercia in Samoriaco, quarta in Germumo, quinta in Cestello, sexta in Germaniaca, septema in Anigo, Ista sunt in fines Sepriasca et due case et res in ministerio Stazonense una in Leocarni alia in Summada„ (loc. cit).

(2) Giulini, op. cit., I, 186; Cod. Dipl. Long., n. 146; De Vit, op. cit., I, 255.

(3) Veramente ia carta dice: “casis et omnibus rebus iuris mei quod habere vei possidere videor hic italia finibus Sepriensis, sive in suprascripte villa Samoriacum, Caellum, Arbeiate, Cestelli, Germaniaca, Leocarnis, Germumo seu Quintani....„ Manca qui, come si vede Sommarè e Leocarno si dice del contado di Seprio. Parrebbe al De Vit che debba perciò intendersi Lugarno nel Seprio, tanto per dar ragione alla carta; ma io credo piuttosto ad una inesattezza, perchè trattandosi sempre degli stessi beni e dello stesso padrone, è lecito credere che si tratti anche delle stesse località.

(4) Giulini (loc. cit.), lo crede Albergario nipote di Unroch mandato da Carlo Magno in Dalmazia per riconoscere i confini dell’impero orientale e occidentale. Il Fumagalli, (Cod. Dipl. Santambr., p. 140) e con lei il Porro, (Codex Diplom. Long.) e il De Vit (op. cit., I, 255) lo credono lo stesso personaggio (Veroalcherio di nazione alemanna) che nell’807 acquistò da Dragone quei beni i quali sono precisamente ricordati nei doc. cit. Se poi egli alla morte di Carlo Magno perdesse il suo contado per aver parteggiato per Lotario contro Lodovico (Giulini, I, 186) a noi non importa saperlo. Di questi giorni il chiaris. conte Ipp. Malaguzzi-Valeri mi suggeriva la vera lezione probabile: non è Veroalcherio, ma forse deve leggersi vero alcherius. Il nome quindi sarebbe Alcherio.

 

 

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Non so però come si possa chiamare conte di Seprio Perciprando de Seprio (820-840) e mettere nella lista di codesti conti „Petrus de Vico Seprio et Adelprandus vassalli Apponi, Vassos et Ministerialis domini regis„ (879) (1). Certo è che precisamente nel torno di quest’anno era conte di Seprio un Ottone (877) di legge longobarda il quale donava al monastero di S. Pietro in Cielo d’Oro di Pavia (2) i suoi beni situati in Castano. Assistevano alla donazione un Rufino detto anche Andrea e un Ugone, probabilmente vassalli di Ottone stesso.

 

Secondo il Vesme, dall’888 all’896, fu probabilmente signore del Seprio col titolo di conte Manfredo, che fu anche conte di Lodi, di Milano, del Sacro Palazzo e marchese di Lombardia (3), ciò che non è inverisimile se ricordiamo la nostra ipotesi, secondo la quale già prima il contado era rimasto per pochi anni vacante e amministrato dal conte di Milano.

 

Tale stato di cose deve essersi prolungato parecchio, dappoichè fino alla metà del secolo seguente non troviamo memoria alcuna di conti del Seprio, sempre chiamato fines (4). Solo nell’865 è denominato judiciaria (5) quando forse già vi risiedeva Ottone, divenuto poi nell’877 conte.

 

Finalmente nel 961 compare un Nantelmo conte di Seprio, di legge salica,

 

 

(1) Dionisiotti, op. cit., 170.

(2) Appendice, Documento all’anno.

(3) Baudi di Vesme, La famiglia di Milone, Nuovo Arch. Veneto, 1896, tom. II.

(4) Cod. Dipl. Long., carte degli anni 777, 804, 807, 823, 841, 857.

(5) Cod. Dipl. Long., carta all’anno; Du Cange, Glossarum s. v. dice judiciaria essere termine longobardo e dei più antichi re Franchi; Muratori, Ant. Ital. Med. Aevi, I, 400. “Vidi ego Basilium comitem qui lugdunensem urbem his diebus potestate judiciaria gubernabat„. Più sotto lo stesso dice: “in Ripuariis legibus a Dagiberto rege: Si quis Judicem Fiscalem quem comitem vocant, interfecerit, etc. „Si vede che il Giudice diventa in seguito Conte, ciò che appunto spiega la nostra ipotesi per Ottone.

 

 

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il quale assieme con Attone conte di Lecco (1) stava alla difesa dell’isola comacina contro Ottone imperatore. Questo conte, cosi fedele a Berengario II, fu certamente una creatura sua ed uno dei puntelli del nuovo regno da aggiungersi ad Oberto, Aleramo e Arduino, allora investiti delle tre marche che da essi pigliarono nome (2). Il padre suo poi, nel documento dal quale prendiamo la notizia, non è nominato come conte (3), ma il Dionisiotti (4) ci assicura ch’egli era conte di Sabbione nei Reggiano e precisamente figlio di quel Rodolfo che succedette in Sabbione al conte Anteramo (5). Ciò per verità non è provato da alcun documento, ma dal fatto che la famiglia sepriese ha per patronimico i nomi di Vifredoe di Rodolfo; dal fatto che quando essa perdette ogni giurisdizione sul contado si ritirò in parte a Piacenza nei suoi beni, noi siamo condotti a pensare che Rostanno fosse un discendente di Vifredo, conte di Piacenza e padre di Berta, moglie a Suppone, oppure un discendente di Vifredo loro figlio e conte di Piacenza (6). Cosi pure tra i Supponidi è comune il nome di Rodolfo, poichè proprio verso la metà del X secolo compare come possessore nel reggiano e nel modenese un Rodolfo, figlio del conte Unroch (7).

 

Deve poi ritenersi che Nantelmo, ad onta della sua opposizione ad Ottone, conservasse ancora il governo del suo contado,

 

 

(1) Lupus, Cod. Dipl. Berg., II, 250 e seg.; Dozio, Cartolario Briantino, 27 e seg.; Dionisiotti, Le famiglie, ecc. 170; Cod. Dipl. Long., all’anno. È una carta di quest’anno, nella quale il nostro conte, stando nell’isola Comacina, vende al conte di Lecco parecchi suoi beni di Martesana.

(2) Desimoni, Le Marche, ecc. (Riv. Un., VIII, 303 e seg.).

(3) “Nanteimus Comes sepriense abitator Castro Seprio filius quondam Rostenni„.

(4) Dionisiotti, op. cit., 170.

(5) Tiraboschi, op. cit., 170.

(6) Malaguzzi-Valeri, I Supponidi, pag. 28.

(7) Poggiali, Storia di Piacenza, I, 104; Campi, Hist. Eccl. di Piacenza, I, 403; Affò, Storia di Parma, II, 434; Tiraboschi, Cod. Dipl. Modenese, I, 64; Palazzi, Origini e vicende di Viadana, 1,65; Malaguzzi, I Supponidi, pag. 29 e seg. Il chiaris. Autore ritiene ormai per certo l’esistenza di due distinti Supponidi presenti al testamento di Angelberga nell’877. Egli pertanto con quella gentilezza che è propria dei dotti, mi comunicava questo nuovo prospetto dei Supponidi :

 

[[ SUPPONE I. Conte di Brescia e Duca di Spoleto (814-824) ... ]]

 

 

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come lo conservò Attone (1), compagno a lui nella difesa dell’isola Comacina e Adalberto nella marca d’Ivrea (2), seguendo l’imperatore quella saggia politica, che tanta lode gli procurò da molti scrittori (3).

 

Nantelmo ebbe due figli, un Guglielmo premorto e un Olderico che fu vescovo di Cremona (4). Per la continuazione della famiglia noi dobbiamo porre a fianco di Nantelmo un fratello di nome Rodolfo, il quale inaugura nel Seprio il secondo ramo della sua casata. Ma non era conte di Seprio e di Staziona quell’Amizone o Adamo che fu poi tra i primi generali di Ottone a Roma e che fondò in Arona un monastero dotandolo di cospicue prebende?

 

Una prima notizia di lui ci è data da una carta del 967 nella quale egli è ricordato come presente al placito tenuto da Ottone I e dal pontefice a Classe presso Ravenna (5).

 

 

(1) Lupus, Cod. Dipl. Long., I, 367. (Vedi in proposito al capo precedente.)

(2) Rusconi, I Conti di Pombia e Biandrate, pag. II.

(3) Landolfo Seniore, Hist., lib. II, M. G. H. S. S.

(4) Giulini, op. cit., I, 889 e seg.; Bescapè, Novara Sacra, 1, 75 e seg.; A. Zaccaria, I martiri Fedele e Carpoforo, ecc., Milano, 1750; Medoni, Storia d’Arona; Muratori, Ant. Ital. Med. Aev., II, 263; Dionisiotti, op. cit., 170.

(5) Fantuzzi, Mon. Ravennati, II, 27, n. 12; Baudi di Vesme, La famiglia di Milone, ecc. pagi 246 in nota. Il documento dice semplicemente Amizo comite; il Vesme per conto proprio vi aggiunse tra parentesi di Stazzona.

 

 

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Una seconda notizia ci è fornita da altra carta del 969, nella quale l’imperatore Ottone gli conferma il possesso tranquillo dei suoi beni; una terza da una carta del 979 a noi giunta per copia probabilmente del XIII secolo (1) e dalla quale, in mezzo a qualche leggenda, si ricava che egli era abitatore del „Seprio e di Stazzona„; l’ultima da una epigrafe in sua lode esistente in Arona, nella quale si dice ch’egli „jura dabat terris„ (2).

 

Come ognun vede non è rimasta traccia alcuna di investitura ch’egli avesse nel nostro contado, bensì unicamente appare ch’egli vi abitasse e vi possedesse parecchio. Ma prima di lui Alpicario d’Alemagna non vi abitava e possedeva? E poi come credere che egli tra i primi generali di Ottone, fosse un discendente di Nantelmo, avversario accanito del nuovo padrone, o fosse un semplice signore di un contado rurale d’Italia? È più verisimile ch’egli fosse un conte tedesco come Alpicario, un discendente forse di lui, che sceglieste per sua dimora l’Italia, come precisamente aveva fatto il predetto conte e che „jura dabat terris„ nei suoi possessi e fondi sparsi pei due nostri contadi (3).

 

Non confondiamo però il Rodolfo I che noi opinammo fratello di Nantelmo coi Rodolfo ricordato dai documenti del 998, 1001, 1003 (4). In questi si ricorda una Valderada figlia del fu Rodolfo, la quale, insieme a suo marito, il come Riccardo, fu in lotta con Luitfredo, vescovo di Tortona, figlio di Bertana,

 

 

(1) Zaccaria, op. cit. lib. II; Beretta, Tabula Corographica in Rer. It. Script., X, 115; Bescapè, Novaria Sacra, I, 75 e seg.; Flamma, Manip. Florum in R. I. S.; Corio, Storia di Milano, all’anno; Giulini, op. cit., I, 626 e seg.; Durandi, Alpi Cozie, ecc., 53; De Wit, Lago Maggiore, I, 280 e seg.

(2) Calco, Hist. lib. VI; Giulini, op. cit., I, 399 e seg.; Zaccaria, op. cit. “De Antiquitaibus Angleriae, Opusent Calogerà, XLV; Medoni, Storia d’Arona; Durandi, Alpi Cozie, ece., 53; De Wit, Lago Maggiore, I, 280 e seg.

(3) Dionisiotti, Famiglie Celebri, pag. 64. Anche il nostro autore non crede ene Amizone fosse Conte di Seprio e Stazzona.

(4) Muratori, Ant. Ital. Med. Aev., II, 745 e VIII 355, M. I. P. Cod. Dipl. Longobardo; Muratori, Id. IV, 197 e seg. e X, 73; Bianchetti, Ossola inferiore, I, 107 e seg. e II, 33.

 

 

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per il possesso di alcuni beni posti attorno all’Adda, a Pavia e sopratutto nel contado di Stazzona (1). Vollero parecchi studiosi di cose nostre che codesto Rodolfo fosse conte di Seprio; ma per quanto i beni ricordati tocchino parte del Seprio, per quanto Rodolfo sia patronimico della casata sepriese, tuttavia Valderada professa ex nacione la legge dei longobardi (2), mentre Nantelmo, che noi dicemmo di questa stessa famiglia, professa legge salica e più tardi (1069) un Rodolfo, pure conte di Seprio, professa legge salica (3), come la professa una Bertilla, figlia pure di un Rodolfo conte di Seprio (4). Il Bianchetti, il Rusconi e qualche altro passarono sopra a simile difficoltà : il Dionisiotti, a sua volta, accettò le contraddizioni senza spiegarle e disse che Rodolfo inaugurò una dinastia longobarda nella quale novera poi e Rodolfo e Bertilla che sono di legge salica. Anzi afferma, non so alla stregua di qual documento, che codesto Rodolfo è piacentino, di legge longobarda, nipote di Anteramo e Adelberga (5). Ora, i conti che allora tenevano Piacenza, professavano tutti legge salica (6); Anteramo si dice ex genere francorum (7); da ultimo, come si può credere che Rodolfo, vissuto in sulla fine del sec. X fosse nipote di Anteramo che visse nella prima metà del sec. IX? É vero che di frequente trovansi professioni di legge contradditorie e nell’alta Italia le famiglie grandi, dell’età carolingia si dicono ex genere francorum e professano legge salica, mentre più tardi ex nacione, professano pure legge longobardica (8); ma non è proprio necessario ricorrere a simile spiegazione

 

 

(1) De Vit, Il Lago Maggiore, I, 205; Bianchetti, Ossola inferiore, I, 108 e seg.; Rusconi, Conti di Pombia e Biandrate, 18 e seg; Carutti, Il Conte Umberto I, 360; Dionisiotti, Le famiglie celebri, 171,

(2) Bianchetti, op. cit., II, 33 “Ego ipsa unaiderada ex nacione mea lege uinere longobardorum„.

(3) Carta dell’Arch. di Stato di Milano. Vedi in appendice.

(4) Giulini, Memorie, ecc., II, 714.; Dionisiotti, op. cit., 173.

(5) Dionisiotti, op. cit., 170 e a nota 4.

(6) Poggiali, Memorie di Piacenza, I e II, passim; Campi, Hist. Eccl. di Piacenza, I, passim. I Giselbertini bergamaschi e di legge longobarda si stabilirono in Lodi e Piacenza più tardi (Malaguzzi, I Supponidi, 35).

(7) Tiraboschi, Cod. Dipl. Mod., I, 62.

(8) Salvioli, Nuovi studi sulle professioni delle leggi (Atti e memorie delle R. R. Dep. di St. Patr. per le province modenesi 1884, II, 11); Malaguzzi-Valeri, I Supponidi, 37 in nota n. 2.

 

 

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per trovare la ragion prima della discordia tra il conce Riccardo e sua moglie Valderada, col vescovo Luitfredo, nè si può cosi facilmente credere alla semplice asserzione della comune paternità di Bertana e Valderada, come di proposito discorreremo altrove (1).

 

Discendenti di Rodolfo I furono Vifredo I (1013), poi Rodolfo II (1023) e di nuovo un Vifredo II (1043) (2), un Rodolfo III (1069) (3), il quale, assieme con sua moglie Imilda, vendette alcuni beni posti in Schianno.

 

Figli di questo Rodolfo furono una Bertana che andò sposa ad Ugo da Re, dal quale ebbe Vifredo e un Rodolfo II sopranominato Maldavello (4). Questi ebbe in figlio un Guglielmo, un Albertino, un Olrico, un Vifredo, dai quali Alberto, Serravele, Vifredone e Lupese, abitanti parte a Piacenza e parte a Milano (5). Ma Rodolfo Maldavello fu ultimo ad avere reale signoria nel Seprio, poichè, come vedremo, i suoi figli ricorsero al tribunale dei consoli di Milano per ottenere dagli abitanti di Mendrisio e Ronago il fodro ch’essi pretendevano come discendenti dei signori del Seprio.

 

Noi termineremo con essi la rassegna dei nostri conti, perchè non è nostro compito lo studiare la loro famiglia. Solo ricorderemo qui che durante la signoria di Vifredo II accaddero nel Seprio, come nella Martesana, le lotte tra i capitani e valvassori (1036) (6) e tra nobili e plebei (1042).

 

 

(1) Anche di Ugo Conte e Berengario, figli del Conte Sigifredo, dagli stessi storici creduti della schiatta comitale sepriese, parleremo altrove.

(2) Bianchetti, Ossola Inferiore, II, 33. Vendita stipulata a Brunago sul Ticino il 15 maggio 1013 “cum notitia Wifridi Comitatis histius Comitatus sepriensis„ ; Giulini, Memorie, II, 130. Donazione fatta in Maccio nel 1023 “cum notitia domini Rodolfi istius comitatus sepriensis„ idem, pag. 279 e M. I. P. Chartarum, I, carta del 1043. “Cum notitia Wifredi Comitis huius Comitatus sepriensis„ Adelgerio vicario di Enrico II, tenne nel 1042 placito a Como assistito da Vifredo, conte di Seprio (Giulini, loc. cit. e Corbellini, Castel Seprio).

(3) Carta nell’Arch. di Stato di Milano. Vedi in appendice. “Rodulfus comes filius quondam item Rodolfi, itemque comes de loco castro seprio„.

(4) Giulini, Memorie, II, 710; Rovelli, Storia di Como, II, 347.

(5) Giulini, op. cit., 287; Rovelli, op. cit., II, 346, 347, 348.

(6) Giulini, op. cit., II, 279 e 370. (Vedi cap. Martesana, § 4. Vicende).

 

 

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Pare che nella prima fazione Vifredo II, come Ugo, figlio di Sigifredo (1), parteggiassero pei plebei a cagione dell’odio contro l’arcivescovo Ariberto. Non è questa la prima volta che i conti di Seprio si dichiarano contro l’arcivescovo che rappresentava per essi quella città della quale temevano la crescente fortuna, perchè già sin dal 961, Nantelmo (2) aveva parteggiato per Berengario contro Ottone, tanto validamente sostenuto dall’arcivescovo e dal vescovo di Como. Insieme al conte Vifredo II, caldi fautori del moto insurrezionale, furono i valvassori di Seprio, primitr a i quali i Castiglioni, i signori di Velate, ecc. I primi erano certamente imparentati con i conti di Seprio, poichè un Corrado da Castiglione era figlio di un conte Berengario (3) il quale non può essere che della famiglia dei nostri conti e forse anche quel Berengario che sposò Munelda (4).

 

Per quanto però nel sec. XII i conti di Seprio perdessero ogni reale signoria nel contado, tuttavia nel 1170, quando Milano e Como vennero in discordia per alcuni luoghi situati nel Seprio e nel contado di Lecco, nella sentenza pronunziatasi a Seveso dagli arbitri più volte da noi menzionati, tra le altre cose, si dice che Milano non poteva aver diritto nel contado di Seprio, perchè non ne era stata investita e perchè i conti di quel contado negavano tale investitura dinnanzi agli arbitri (5). Si vede qui una contraddizione nei conti stessi. Essi, che già prima avevano di fatto riconosciuto la signoria di Milano sul Seprio quando si rivolsero per ben tre volte ai consoli di essa per ottenere giustizia contro gli abitanti di Mendrisio e Ronago, ora negano tale signoria altrove riconosciuta. Devesi però credere che conservassero una certa investitura nominale del contado, investitura che tentarono di far ritornare reale, ogni volta che loro se ne offerse l’ occasione, contro i milanesi, i quali avevano assoggettati, come tante città d’attorno, cosi, e prima di tutti, i conti di Seprio.

 

È bene anche notare che il nostro contado fu sempre parte della marca di Lombardia,

 

 

(1) Giulini, op. cit., II, 218.

(2) Le carte del 1014-1016, ecc. altrove citate.

(3) Litta, Famiglie nobili italiane, vol. I; Crollalanza, Dizionario blasonico, Pisa 1886. Dice che Corrado da Castiglione, figlio del conte Berengario, ebbe quei paese in feudo dalla chiesa milanese.

(4) Rusconi, I conti di Pombia, ecc., pag. 19.

(5) Rovelli, Storia di Como, II, 169 e seg. e 349 e seg.

 

 

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giacchè spesse volte ebbe per conte il marchese della stessa marca. Solo entrò nella marca d’Ivrea quando Milano stessa ne fu parte (1) e restò nella marca Obertenga, quando essa venne creata da Berengario II (2).

 

La sorte del Seprio restò unita a quella di Milano sempre, anche di fronte all’autorità sovrana. Infatti quando Enrico II nel 1014 mandò i suoi messi regi in varie città d’Italia, due ne elesse pei contadi di Pavia, Milano e Seprio (3), ed è verisimile che l’uno fosse destinato al contado di Pavia, l’altro ai due di Milano e di Seprio.

 

Cessata ogni autorità comitale nel nostro contado, non cessarono i conti di Seprio, come dicemmo. Parte passarono a Milano, parte a Piacenza; a Milano erano nel numero di quelle famiglie noverate nelle matricole della nobiltà e dalle quali sceglievansi i cardinali della metropolitana (4).

 

Lentamente però nei canonicati e nelle prebende essa si spense; un Guglielmo, conte di Seprio e prete cardinale della chiesa milanese, è nominato nel 1210: un Silvestro ed un Martino, pure preti, sono nominati nel 1321 (5), ed un Giovanni, egualmente prete, in un atto di Bernabò Visconti del 1366 (6).

 

Dei conti di Seprio e della casata sepriense raccogliamo a maggior chiarezza, il seguente prospetto :

 

CONTI DI SEPRIO.

 

Giovanni (840 circa) Conte di Seprio

Roteno gastaldo (844 circa) di Seprio

Ottone (877) Conte di Seprio

Mainfredo (888-896) Conte di Seprio e Marchese di Lombardia.

 

 

(1) Desimoni, op. cit. (Rivista Universale, VIII); Carutti, Il conte Umberto I, ecc., 202; De Vit, Lago Maggiore, I, 342, ecc.

(2) Desimoni, op. cit., in Riv. Univ., VIII, pag. 303.

(3) Giulini, op. cit., II, 86.

(4) Giulini, op. cit., III, 409 e 702; Crescenzi, Anfiteatro Romano, loc. cit. Chiamavansi cardinali i canonici della Metropolitana, ai quali spettava la nomina dell’Arcivescovo di Milano.

(5) De Vit, op. cit., 206, n. 2.

(6) Carta dell’Arch. degli Orfanotrofi di Milano (5. Giacomo dei Pellegrini — carte Aj, privilegi e visita regia).

 

 

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[[ Famiglia dei Conti di Seprio.

Rostanno (950)

(Discende forse da Vifredo Conte di Piacenza e dai Supponidi) ... ]]

 

 

            § 3.° Il Governo Comunale. — Sarebbe difficile il voler determinare in qual anno si inaugurasse nel Seprio il governo comunale. È certo che sin dal 1140 i conti di Seprio abitavano, come dissi, parte a Milano, parte a Piacenza, e che non avevano più vera giurisdizione sul contado. In cotesto anno, Albertino (1), conte di Seprio, assieme coi suoi parenti agitarono una questione dinnanzi ai consoli di Milano intorno ai feudi di Mendrisio e di Rancate, che certo Locarno da Besozzo pretendeva aver per sè, come frutto di una investitura degli imperatori Enrico e Lotario.

 

 

(1) Giulini, op. cit., III, 140; Rovelli, op. cit., II, 346.

 

 

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I consoli di Milano, prudentemente, trattandosi di regie investiture, rimisero allora la decisione della lite alla curia reale. Ma nell’anno 1142 altra lite insorse tra gli stessi conti di Castel Seprio (1) e gli abitanti di Mendrisio, i quali negavano loro la riscossione del fodro regale che vi pretendevano. I consoli di Milano, su di ciò interpellati, pronunziarono semenza nel Broletto, stabilendo che, visto la mancanza di prove da parte dei conti, i querelanti di Mendrisio potevano ancora godere del loro privilegio, purchè giurassero d’averlo ottenuto dall’imperatore. E finalmente più tardi nel 1155 una lite simile alla precedente si sollevò tra i conti di Seprio (2) e gli abitanti di Bonago. I consoli di Milano, stando nel consolato, sentenziarono che per la mancanza di prove da parte dei conti stessi, siccome il luogo di Bonago, come quello di Mendrisio non apparteneva più per districtum vel per alium condicium, a codesti conti, gli abitami di Bonago continuassero liberamente a godere del loro privilegio.

 

Si vede adunque che un nuovo governo esisteva nel Seprio, o, per lo meno che i conti non vi esercitavano alcuna giurisdizione, se in codeste cause ricorsero al giudizio dei consoli di Milano. Tale stato di cose durava certo da tempo, e nel Seprio il governo comunal- principiò forse allorquando anche in Milano i consoli prendevano il sopravvento verso il principio del sec. XI (3). Di codesto governo comunale ci rendono testimonianza tre sentenze pronunciate dai consoli di Seprio in varie cause ed in diverse località del contado.

 

La prima di esse è del 1148 (4) e per quanto sino ad oggi inedita, è studiata dal Giulini. In essa i consoli di Seprio, stando in „Motta Mercati de Varizio„, condannavano un certo Gallia a cedere tutte le ragioni, che pretendeva di avere, alla chiesa pievana di Varese e proibivano a lui, sotto pena di multa, l’appello,

 

 

(1) Rovelli, op. cit., II, 347.            (2) Rovelli, op. cit., Il, 348.

(3) Giulini, op. cit., III, 12; Lupus, Cod. Dipl. Berg., II, 134; Haululeville, Les Communes Lombardes, II, 13; Verri, Storia di Milano, all’anno; Conio, op. cit.; Cantù, op. cit.; Rosmini, op. cit., I, 56.

(4) Giulini, op. cit., III, 368.

 

 

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„con querendo Iudici aut Principi aut alicui Potestatis„. Dalle quali parole si deduce chiaramente che contro la sentenza non era lecito appellarsi a qualche altro giudice, che non poteva essere se non quello di Milano, a qualche principe, che non poteva essere se non il Messo Regio, rappresentante del principe, a qualche potestà di qualunque categoria esso fosse: ciò che altra volta si poteva adunque fare. Il Giulini invece crede che quel Principi rappresenti l’antico conte di Seprio, ma ciò e completamente falso, perchè nessuna autorità giudiziaria rimase ai conti di Seprio nel loro antico contado.

 

Le altre due sentenze sono posteriori, l’una del 1162, l’altra del 1165 (1). Furono pronunziate entrambe in Belforte (pieve di Varese) per due questioni sorte tra l’arciprete di Santa Maria del Monte e il comune di Velate.

 

Nella prima causa (1161) rappresentano i terrieri di Velate i loro consoli „Otonem et Guidradum atque Bensum sonsules et missi tocius vicinancie„ e la sentenza era data e firmata dal console del Seprio Guglielmo de Cardano, assistito dai suoi colleghi in numero di cinque „conscilio sociorum suorum videlicet Anrici de Cuvi et Uberti de Bimio et Tedaldi de Castello Novo et Filippi de Cuvi et Flanki qui fuit de Varisio„. V’era presente e v’apponeva la firma Uberto giudice e messo dell’imperatore Federico.

 

Nella seconda causa (1165) rappresentavano il comune di Velate i consoli (consules Marronum et Lixagum et Strevam et Ubertum Batulo et Albertum Rubrum) e pronunziava la sentenza Rodolfo de Fitiliano, console di Seprio, assistito dai colleghi (conscilio Raspini de Orago, Guarnerii de Castelliono, Ardezionis de Cuvi consulum). Non v’ era presente il Messo Regio e la sentenza era firmata, oltrecehè dal console Rodolfo, anche dall’altro Raspino. Entrambe furono rogate e scritte dal giudice Castello.

 

Il contenuto di codeste sentenze ci interessa principalmente per quanto riflette l’organismo del contado. In primo luogo codesto governo comunale era di carattere democratico o aristocratico?

 

Leggiamo i nomi dei consoli:

 

Anno 1148.

Fusco da Biumo — Alberto da Cedrate — Ottone da Blasso

 

 

(1) Vedi in Appendice i documenti all’anno.

 

 

70

 

— Arderico da Castiglione — Lottario da Velate — Rolando da Solbiato — Guidone Daverio.

 

Anno 1162.

Guglielmo da Cardano — Enrico da Cuvio — Uberto da Biumo — Tedaldo da Castelnovo — Filippo da Cuvio — Flanco da Varese.

 

Anno 1165.

Rodolfo da Fitiliano — Raspino da Orago — Guarnerio da Castiglione — Ardizzone da Cuvio.

 

 

Il numero loro, come si vede, decresceva, ciò che fa sospettare che, anche nel Seprio, si dividessero, in progresso di tempo, in consoli di Giustizia e consoli della Repubblica.

 

A riguardo della casata loro notiamo : per ben due volte compare come console uno della famiglia da Castiglione (1148-1165), la quale, come vedemmo, discende probabilmente dagli stessi conti di Seprio non solo, ma ricorda in grembo suo un Bonifacio (1120) detto nobile del Seprio e un Finile, egualmente chiamato nobile (1). È ricordato un Lotario da Velate, pur di schiatta nobile, poichè un Bonizone da Velate appare come vassallo e testimone al contratto tra Attone, conte di Lecco, e Nantelmo, conte di Seprio (2). Parimenti nobile deve essere Rodolfo da Figliano, discendente da quel’Amalberto da Fitiliano che compare ugualmente testimone nella stessa circostanza. Anche Flanko da Varese discende da un nobile di legge salica, Pietro Sartore del quondam Tedaldo, il quale, nel 1069, contratta con Rodolfo, conte di Seprio (3). Codeste casate si ripetono nel consolato (quella da Cuvio tre volte) sicchè noi possiamo asserire che il comune di Seprio era in mano ad una consorteria di nobili che ne erano arbitri e che qui, come forse anche a Milano, discendenti dai vari rami secondari dei conti di Seprio,

 

 

(1) Litta, Le famiglie celebri, vol. 1. (I Castiglioni).

(2) Lupus, Cod. Dipl. Berg., II, 250; Dozio, Cartolario Briantino, pag. 29. Il Dozio in nota allo stesso documento asserisce che codesta famiglia è oriunda da Velate Milanese. È però assai più probabile che essa, vassalla, come appare, dei Conti di Seprio e più tardi rivestita della dignità consolare di quel contado, traesse il nome da Velate varesino, che si incontra nei documenti stessi.

(3) Il documento all’anno in Appendice di questo lavoro.

 

 

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coi quali prima vivevano in consorzio, soppiantarono il ramo principale della loro famiglia. Così la rivoluzione comunale ci appare come rivoluzione di famiglie aristocratiche, nelle quali al ramo principe predominante, si soppiantano i rampolli consorziali (1).

 

In secondo luogo si vede che i consoli ritengono la stessa supremazia giudiziaria dei conti, ma al disopra di essi è sempre libero l’appello ai consoli di Milano e ai messi regi. Ciò deduciamo dalla prima sentenza ed anche dalla seconda, nella quale i consoli di Velate, a suffragare i loro diritti, portano innanzi una sentenza (2) dei consoli di Milano (credimi de veliate protulerunt sentenciam a consolibus Mediolani datam) segno evidente che da essi giuridicamente potevano dipendere.

 

Oltrecchè il contado doveva tributi e regalie anche a Milano e all’imperatore, come assicura il trattato di Costanza (3).

 

Milizie proprie non doveva averne. Nella guerra di Como, durante l’invasione della parte settentrionale del Seprio, non compaiono mai milizie del contado, bensì i terrieri di Varese, Treveno, Oggiate e specialmente di Lavena (4), i quali, anzi soli, fanno accordi segreti coi comaschi, come all’epoca di Federico Belforte e Varese (5). Ciò è anche provato da un patto stipulato nell’anno 1198 tra i consoli di Velate e l’arciprete di Santa Maria del Monte (6). I consoli permettono all’arciprete di mandar coloni sopra un punto del territorio loro, assicurando che non vorranno gravarli dei tributi e tallie che il comune di Milano suoi esigere dai rustici, „neque ab eo colono petent ullam partem alicuius fodri seu uel ullius oneris seu tallie que imposita seu quod impositum erit a Comuni Mediolani aliquo modo„.

 

 

(1) Desimoni, Le Marche d’Italia, Rivista Universale, 8 e 9.

(2) È del 1153 e per la stessa questione. Si conserva inedita su due esemplari nell’Arch. di Stato in Milano, carte di S. Maria del Monte.

(3) L’Imperatore riconosce i diritti che precedentemente Milano aveva sul Seprio, Martesana e Bulgaria. A Reggio poi (Giulini, VII, 16) l’Imperatore parla di regalie ch’egli possedeva su detti contadi rurali. I loci di essi quindi pagavano diritti al capoluogo del contado, a Milano, e all’Imperatore!

(4) Corio, anno 1122; Giulini, allo stesso anno; An. Comense, in R. I. S., V, 409; Rovelli, Storia di Como, II, 112; Giovio, loc. cit.

(5) Giulini, VI, 354 e 534. Continuator Morenae, R. I. S., VI, 1159.

(6) Carta nell’Arch. di Stato di Milano, Santa Maria del Monte, 4 luglio 1198 ind. I. — Pergamene.

 

 

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Però vi ponevano la condizione che detti coloni concorressero alla difesa di Velate, in caso di bisogno, con essi e coi nobili del paese: „ipsi massarii debent luvare salvamentum loci de Vellate sicuti nobilles homines de Vellate juvabunt„. Segno adunque che i nobili avevano armi proprie e che ciascuna località provvedeva per conto proprio alla sua difesa.

 

 

            § 4.° Il conte di Martesana e Seprio (1157-1167). — Degli avvenimenti del 1158 e della parte che vi presero i nobili del Seprio e della Martesana, assai abbiamo discorso, parlando della Martesana. Anche discorremmo come nello stesso anno, ribellatisi i sepriesi dalla loro soggezione a Milano, dal Barbarossa in Monza, ricevessero per loro conte il tedesco Gotzoino, il quale vi mantenne la sua autorità fino al 1167.

 

I limiti del nuovo contado cui Gotzoino presiedeva si possono assegnare cosi: a nord il contado di Pagano, il Lario, il Ceresio, la Tresa; ad ovest il Verbano ed il Ticino; a sud una linea che da Pedrignano sul Ticino, passando per Parabiago, conduce a Vimercate sulla Molgora; ad est la Molgora, il distretto militare di Trezzo e il contado di Lecco, tenuto da Abradiente.

 

Quale fosse il capoluogo del contado è difficile asserirlo. Forse continuò ad esserlo Seprio stesso, per quanto il conte tedesco sia rimasto probabilmente a Monza, assieme agli altri legati imperiali. Certo, conio s’e visto, non fu Monza, nè l’autorità di Gotzoino fu diminuita nel 1162 col sottrarli parte della Martesana. Piuttosto resta a vedere di quale autorità godesse il nuovo conte di Seprio.

 

Che egli fosse il capo militare non v’ha dubbio. Noi infatti lo troviamo a capo dei martesani alla difesa di Manerbio (Como), durante l’assedio di Crema (1160) e più tardi (1161) con Federico I alla presa di Rocca di Cerva e di Castrum Blandrone (1). Egli poi riscuoteva gabelle su tutto il territorio; raccoglieva tutti i frutti delle terre dei milanesi (2); a ogni cittadino, anche villano, faceva pagare ogni anno tre soldi di moneta imperiale e per ogni mulino richiedeva ventiquattro soldi di simile moneta;

 

 

(1) Morena, (R. I. S., vol. VI, 1083) all’anno.

(2) Giulini, op. cit., VI, 307.

 

 

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dai pescatori esigeva la terza parte delle pescagioni; privava dai beni, senza dar ragione, i signori che li possedevano anche da trecento anni (1); di più non voleva che i suoi sudditi pacassero i debiti che avevano coi milanesi e anzi costrinse dei milanesi a porre il saldo ad alcuni creditori (2).

 

Senza credere a tutti questi particolari dei cronisti, si può ritenere che Gotzoino riservasse a sè tutte le tasse sulle acque, sulle terre, sui beni, e che militarmente dipendesse dall’ imperatore, al quale forse pagava anche un tributo.

 

Ma l’amministrazione della giustizia non spettava proprio al nuovo padrone, poichè nelle sentenze del 1162 e 1165 egli non compare affatto, bensì vi si nomina il Messo Regio, che dà quindi la sanzione sovrana al giudizio dei consoli.

 

Avevano quindi ragione i cronisti d’asserire che il cardinal legato scomunicava i consoli del Seprio e della Martesana (3), intendendo però per essi i consoli del paese di Seprio rimasti colia loro antica egemonia giudiziaria e quelli dei singoli loci del territorio sepriese e del territorio martesano.

 

 

            § V.° Dopo la pace di Costanza. — I limiti proposti al mio lavoro non mi permettono di discorrere più oltre delle vicende del nostro contado. Con la pace di Costanza (1183) e il trattato di Reggio (1185) si incomincia un’ era nuova per la storia della campagna ed ogni e qualsiasi autonomia scompare affatto. Milano, che dapprima aveva reso vassalli questi contadi limitrofi, ora li annette direttamente, e, per quanto l’amministrazione della giustizia venga diversificata dagli statuti del 1211, tuttavia chi governa il Seprio, come gli altri contadi, è sempre Milano, sicchè il nome di contado, nel senso stretto, rimane una imago sine re. È Milano che vi manda i suoi vicari, o è il signore che li nomina. Perchè anche qui troviamo più tardi un governo signorile : nel 1266 Francesco della Torre è signore del Seprio (4), come nel 1270 lo è della Burgaria (1).

 

 

(1) Corio, op. cit., I, 249.

(2) Sire Raul, An all’anno 1163; Morena, R. I. S., VI, pag. 1093; Giulini, VI, 310; Corio, I, 250; I. Cantù, op. cit., I, 71, ecc.

(3) Sire Raul, R. I. S., VI, 1184; Anonimo, cit. pag. 116.

(4) Giulini, op. cit., IV, 568.

 

 

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Nel 1311 signore del Seprio è Lodrisio (2) e nel 1329 lo è Marco (3), per quanto ancora nel 1339 Lodristo persista a chiamarsene signore (4). E finalmente nel 1355 signore è Gian Galeazzo (5), il quale pubblicò un editto a riguardo l’amministrazione della giustizia e ai vicari che erano due nel Seprio (a Varese e a Gallarate) e due per la Bulgaria (a Magenta e a Saranno). Finalmente, verso il 1370 (6), il Seprio come la Martesana e la Bazana vennero riordinati giuridicamente da Gian Galeazzo, che vi stabili i capitanati (7).

 

Breve risurrezione del passato fu la rivoluzione del 1224 compiutasi in Milano dai valvassori e capitani del Seprio che s’elessero per capo Obizzone della Pusterla (8), come abbiamo veduto.

 

Piuttosto giova ricordare che l’illustre capoluogo dell’antico glorioso contado, per decreto di Ottone Visconti nel 1287 fu distrutto completamente, e nego statuti di Milano fu inserta questa ordinanza (9): „Castrum Sepruim destruatur et destructum perpetito teneatur et nullus audeat, vel presumat in ipso Monte habitare„. Così poco dopo l’indipendenza del contado, cadde per sempre il suo capoluogo e col nome dell’uno venne cancellata anche la memoria dell’altro.

 

(Continua)

 

Ezio Riboldi.

 

 

(1) Bonomi, Diplomata Clarevallis, ms. alla Braidense di Milano (AE, XV, 88) pag. 311 e seg. (Carta del 1270).

(2) Giulini, op. cit. V, 10.            (3) Giulini, op. cit., V, 193.            (4) Giulini, op. cit., V, 258.

(5) Ant. Doc. Decreta, pag. 81; Giulini, op. cit, V, 414.

(6) Verga, La guiridizione del Podestà, ecc. (Rendiconto Istituto Lomb. S. e L., anno 1901, fasc. XX, pag. 1253).

(7) Antiq. Docum. Decreta, 83.

(8) Giulini, op. cit., IV, 282; Corio, op. cit., all’anno.

(9) Stat. Ant. Rub., De penis criminum; Giulini, op. cit., IV, 698; Corbellini, op. cit., 32.

 

 


 

I Contadi Rurali del milanese (sec. IX-XII)

Cont. e fine

Archivio Storico Lombardo : Giornale della società storica lombarda (1904:A. 31, mar., 31, fasc. 1, serie 4, vol. 1)

http://www.internetculturale.sbn.it/Teca:20:NT0000:N:EVA_113_A61287

 

 

CAPITOLO IV. Il contado di Lecco.

 

A nord-est di Milano e precisamente risalendo dal punto „dove l’Adda incomincia e il lago termina », per quel bacino del Lario che tanto allettò le fantasie dei romanzieri e che ognuno può conoscere nei suoi singoli villaggi dalle pagine dei Promessi Sposi, del Marco Visconti e della Margherita Pusterla, si estese questo contado, parte su terre milanesi e bergamasche, in maggioranza nelle terre comasche.

 

Prese il nome dal suo capoluogo, Lecco; ebbe conti con giurisdizione temporanea e conti che trasmisero in eredità ai discendenti titolo e potere; da ultimo, quando prevalsero i comuni, si disgregò, entrando a far parte, nei suoi diversi frammenti, del dominio dei vescovi circonvicini.

 

 

            § I. Notizie corografiche. — Sarebbe impossibile voler determinare esattamente quali terre entrassero come parte integrante del nostro contado. Però riguardo all’estensione sua, distingueremo due fasi: l’una dalle origini al 975 e l’altra dal 975 per tutti i secoli seguenti.

 

Per la prima fase noi possiamo prendere come punto di partenza le pievi che il Giulini (1) vi pone per il secolo XII,

 

 

(1) Giulini, op. cit., vol. IX, Indice delle pievi di ciascun contado.

 

 

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e cioè Lecco, Mandello, Varenna, Bellapo, Dervo, Valsassina, Capriasca e fors’anche Porlezza.

 

Ma se vogliamo credere al Fiamma (1), esso si estendeva anche sulla riva destra del lago, nella Martesana, fino a Barlassina e Meda; cosa non affatto impossibile per chi rifletta che nella controversia già ricordata (1370) (2) i milanesi, che sul contado vantavano diritti, indicano ai comaschi come terre spettanti ad esso, oltre Lierna e Mandello, anche Montorfano, nella pieve di Cantù.

 

È vero che i comaschi contraddicono e del contado limitano di molto i confini, ma essi tenevano occhio alla seconda sua fase quale cioè si intendeva dopo il mille, mentre i milanesi desiderosi di maggior preda, pensavano alla prima età, della quale le memorie dovevano essere ancor vive quei di.

 

Risalendo quindi lungo il bacino del Lario, noi troviamo le terre di Limonta e Civenna pure sulla riva destra, le quali erano dipendenti politicamente (3) dagli abati di S. Ambrogio: poi Bellagio e, finalmente, nel ramo occidentale, l’isola Comacina. Di essa noi sappiamo che, durante la dominazione d’Agilulfo, fu ricovero di Gaidulfo, duca ribelle di Bergamo, e che nel 961 sostenne un lungo assedio da parte dei seguaci di Berengario (4). In quella occasione a difender l’isola compaiono il conte di Seprio e il conte di Lecco, probabilmente comandante in capo, mentre assalitore e ligio ad Ottone pel proprio interesse appare Gualdo vescovo di Como. Il fatto di trovarvi due conti partecipanti alla guerra, ci suggerisce subito l’idea che l’Isola probabilmente entrasse nella giurisdizione di uno di essi, come giustamente osservò il Lupi (5). Ma se i limiti settentrionali del Seprio giungevano fino sul Lario a Lenno di fronte all’Isola, pur tuttavia, essendo ormai assodato che Como non era contado a se, bensì dipendeva dal conte di Milano,

 

 

(1) Flamma, Manipulus Florum in R. I. S., XI, p. 342.

(2) Rovelli, Storia di Como, vol. II, p. 169 sgg; p. 349 sgg.

(3) Frassi, Il governo Federale degli abati di S. Ambrogio, Milano, 1879.

(4) Curti, Il lago di Como e il Pian d’Erba, Milano, 1872, p. 180 ; Tatti, Annali di Como, ad a.; Lupi, Codex Dipl. Berg., p. 160; Rovelli, op. cit., II, p. 13; Dozio, Cartolario Briantino, p. 29; Gentile, Como e il suo lago, Como, 1858; Balbiani, Como e il suo lago, Milano, 1877; Cantù, Storia di Como, Milano, 1879, p. 71.

(5) Lupi, op. cit., II, p. 300 sgg.

 

 

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che ivi nella persona di Alberico nell’880 vi teneva placito (1), siccome fin dall’epoca longobarda essa faceva parte del ducato di Bergamo, doveva ora dipendere dal come di Lecco, il quale, come margravio della Marca settentrionale, nella quale trovavasi Bergamo, era il vero successore di quei duca, cui era affidata la custodia della strada verso il Pò aperta in questo punto dal lago (2). Come terminasse l’assedio non si conosce chiaramente, ma par probabile che una resa a patti lo chiudesse, perchè lo stesso conte di Lecco ricompare più tardi, privato però del dominio dell’Isola, la quale ricevette dall’imperatore ampli privilegi ed un governo comunale (3).

 

Se adunque l’Isola Comacina era del conte di Lecco, e se questi, come margravio, doveva vigilare la via del lago, possiamo ben credere che Bellano, Menaggio e le tre pievi entrassero nel nostro contado. Ma gli storici di queste terre (4), asserirono invece che, mentre alla caduta della dominazione longobarda esse insieme a Dongo, Gravedona e Sorico, ebbero un conte o gastaldo proprio, già verso l’ 879 godevano la libertà comunale. Ciò per verità affermano dietro testimonianza delle antiche cronache, gli autori delle quali però non s’avvidero che nel 961 intorno all isola Comacina, combattevano non solo i pievesi e Gualdo di Como, ma ben anco i conti di Lecco e di Seprio. È probabile invece che, come gli isolani, cosi i pievesi, i quali, assieme con Gualdo parteggiavano per Ottone, in premio ottenessero privilegi e franchigie comunali; per cui si separarono da Lecco, cui dovevano essere stati uniti fin allora.

 

Quanto a Chiavenna, assai mal sicura è la notizia dataci dalla carta dell’802 a proposito della sua donazione al vescovo di Como (5), e d’altra parte noi non troviamo fino al 1002 memoria degna di fede che ce ne attesti la sua erezione in piccolo contado (6).

 

 

(1) Giulini, op. cit., vol. I, p. 691; Rovelli, op. cit., II, p. 20.

(2) Melzi, Somma Lombarda, Milano, 1880, p. 26.

(3) Tatti, op. cit., ad a.; Lupi, op. e loc. cit.; Rovelli, op. e loc. cit.; Curti, op. e loc. cit.

(4) A. Stampa, Storia di Gravedona, Milano, 1866 ; Rebuschini, Le tre pievi, Milano, 1823, vol. I, p. 66 sgg.

(5) Giulini, op. cit., I, p. 70.

(6) Id., ibid., II, p. 19;. Crollalanza, Storia di Chiavenna, Chiavenna, 1901, p. 27.

 

 

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Ma in quell’anno il contado di Lecco s’era già smembrato, ed è quindi verosimile che Chiavenna solo allora passasse a Como ; cosa che contemporaneamente accadeva pel comitatulum di Ossola, donato a Retro vescovo di Novara (1014) (1).

 

Ben più confuse notizie ci rimangono della Valtellina. Gli storici di essa passarono sopra a questa età senza rischiararne nessun punto, anzi, neppur accennando quali fossero le sue terre e le vicine. Inferma senza dubbio è la notizia che ci fornisce una carta dell’867 a proposito della dipendenza della valle dalla giurisdizione di Milano (2); ma, domandiamoci un po’ : di chi faceva le veci quel visconte, da cui si volle chiamar quella valle viscontado? La valle era senza dubbio della Marca settentrionale ed è quindi probabile che il suo visconte, se mai esistette, fosse rappresentante del marchese e conte di Lecco, il quale ne aveva numerosi perfino nel Reggiano (3). Ci è poi lecito chiedere chi fosse quel conte Vifredo, che nell’823 ospitava sontuosamente nella sua villa di Venonica l’imperatore Lotario (4). In quell’età noi non abbiamo notizia di un conte di Lecco di tal nome, bensì ne conosciamo parecchi piacentini (5), i quali però non so davvero se fin qua possedessero beni allodiali o feudali. Un Suppone III fu conte di Bergamo (6) e parecchi tra i suoi antenati ebber titolo di conti di Brescia (7): il fatto di trovarne uno in Bergamo, ci farebbe sospettare che Vifredo, il quale portava un nome peculiare ai Supponidi, fosse stato conte di Bergamo e che la valle dipendesse da lui;

 

 

(1) De Vit, Il lago Maggiore, 1, p. 194 sgg.; Bianchetti, Ossola Inferiore, I, p. 77 sgg.

(2) Giulini, op. cit., I, p. 300 ; Rovelli, op. cit., I, p, 191 ; Romegialli, Storia della Valtellina, Sondrio, 1834, I, p. 102.

(3) Muratori, A. I.  M. Æ., I, p. 437; Tiraboschi, Cod. dipl. Mod., I, 69; Dümmler, Gesta Berengarii, n. 4; Malaguzzi-Valeri, I Supponidi, Modena, 1894, p. 36.

(4) Ughelli, Italia Sacra, vol. V, p. 266; Quadrio, Storia della Valtellina, p. 203; Romegialli, op cit., I, p. 105; Lavizzara, Storia della Valtellina, Capolago, 1838, p. 64.

(5) Campi, Hist. Eccl. Piac., I, p. 402; Poggiali, Storia di Piacenza II, p. 307; Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 15 sg.

(6) Cod. dipl. Longobardiae, n. 486; Lupi, op. cit., II, p. 113; Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 19.

(7) Id., op. cit., p. 8 sgg.

 

 

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cosa che non infirmerebbe la nostra ipotesi, se pensiamo che il contado di cui parliamo ebbe probabilmente origine più tardi. Anzi una notizia, che quasi ci rassicura sulla bontà di queste congetture, è data dal diploma stesso con cui Ottone II, nel 977, dopa al vescovo di Como „ripa laci Cumi et Mezolae vel quidquid ibi de comitatu leuco fuit aliquando„ (1). Il contado si estendeva dunque fino al lago Mezola, presso Chiavenna nella Valtellina.

 

Raccogliendo quindi le notizie sparse, pare lecito concludere, che il contado di Lecco in questa remota età, si estendesse a tutto il bacino del Lario, comprendendo, oltre alle terre registrate dal Giulini, quanto egli chiama comitatus comensis. Cosicchè ne segneremo i confini col tirare una linea, che da Brivio salendo a nord lungo la riva destra del lago, non toccando Limonta e Civenna, racchiuda le pievi di Bellano e di Nesso venendo a toccar quasi il contado di Milano; poi, poco sotto la pieve di Lenno, si drizzi verso Porlezza confinando col Seprio, mentre a nord tocchi il contado di Bellinzona e Musocco; poi scendendo a lato nel viscontado di Valtellina in prossimità delle sorgenti del Brembo, segua questo fiume fino alla sua confluenza coll’Adda.

 

I beni allodiali però della famiglia dei conti di Lecco si estendevano ben più largamente. La corte di Almenno, nel vicino contado Bergamasco (2), Brivio sull’Adda (3), Osnago di Martesana, Palosco sull’Oglio (4), molte corti e castella in Brescia, in Verona (5), nel Parmigiano e nel Reggiano (6) erano di questa casata illustre, la quale, come si vedrà, spegnendosi sullo scorcio del X secolo, causò il disgregamento del contado e quindi l’estensione corografica propria alla seconda fase di esso.

 

Per questa noi possiamo attenerci quasi solamente alle notizie corografiche recate dal Giulini, perchè sulla fine del secolo X ed in principio dell’XI il contado di Lecco si restrinse a poche terre o pievi sulla riva sinistra del lago di Como.

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, p. 702; Tatti, Annali cit., I, p. 478 sgg. ; Rovelli, Storia di Como, II, p. 20; Lupi, op. cit., I, p. 185.

(2) Giulini, op. cit., I, p. 307; Lupi, op. cit., II, p. 701; Dozio, op. cit., p. 33.

(3) Lupi, op. e loc. cit. ; Dazio, op. e loc. cit.

(4) Lupi, op. cit., II, p. 237 sgg.

(5) Id., op. cit., p. 306 sg.

(6) Tiraboschi, op. cit., I, p. 69; Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 36; Dümmler, op. cit., p. 4.

 

 

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Parte infatti passò al vescovo di Bergamo (1) e quasi tutte le terre del Lario a quei di Como (2), se ne escludiamo Fortezza (3). Riguardo a questa per crederla appartenente al nostro contado non abbiam che l’autorità del Giulini. Notizie sicure non ce ne son giunte, ma d’altra parte ci è noto che quasi tutte le terre attorno al Ceresio, spettanti qui. al contado sepriese, passarono in dominio del vescovo di Como, mentre Porlezza restò a Milano, forse pel tramite del contado di Lecco, divenuto parte della giurisdizione dell’arcivescovo; perciò, fino a prova contraria, persistiamo nella ipotesi accennata.

 

Ritornando poi alla sentenza del 1170 e alla controversia tra comaschi e milanesi (4) noi troviamo che gli arbitri comensi indicano i confini del nostro contado cosi: „ab una parte lacus la scalda et ab altera parte terminus de Campellione usque in summitatem montis„. Il terminus de Campellione è certamente il monte Campione, posto sulla sinistra del lago sopra Mandello e vicinissimo alla Grigna, escludendo quindi la Valsassina. Il lacus Lascalda non mi è noto, ma dovette essere probabilmente o uno dei piccoli laghi briantei (forse quello di Annone) o uno di quelli che l’Adda, allargandosi, forma a sud di Lecco (il lago di Pescarenico, o Garlate o Olginate?). Ad ogni modo si vede quanto ristretto fosse divenuto il nuovo contado e come dell’antica gloria sua, altro non restasse che un’ombra. Della famiglia che ne resse le sorti forse rimase un rampollo in Valsassina coi Della Torre : il resto impinguò le mense vescovili, sorte comune, per altre ragioni, al contado stazzonese.

 

 

            § II. I conti di Lecco. — Bernardino Corio, dove discorre della famiglia di re Desiderio (5), asserisce che da essa si staccarono rami importantissimi i quali furono i capostipiti delle illustre casate marchionali e comitali, che tennero in feudo le principali città della Lombardia e ce ne offre un albero genealogico che, se per il contenuto ripete ogni sua origine dalla Cronica Danielis,

 

 

(1) Giulini, op. cit., II, p. 89 sgg.; Lupi, op. cit., I, 148 sgg.

(2) Id., op. cit., I, p. 702; Tatti, op. cit., I, p. 478 sgg.; Rovelli, op. cit., Il, p. 20; Lupi, op. cit., I, p. 185.

(3) Giulini, op. cit., lib. IX ; spiegazione alla Carta.

(4) Rovelli, op. cit., II, p. 169 sgg.; p. 349 sgg.

(5) Corio, Storia di Milano, Milano, Colombo, 1851, vol. I, p. 108 sgg.

 

 

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ci è in pari tempo indizio di una tradizione che, in fondo in fondo, risponde forse ad una verità storica. Già il Desimoni (1), ricordando questo passo, aveva avvertito come il Corio dicesse il vero quando affermava che i conti di Lecco erano delle „quattro case„ - che governavano l’Italia, ed io ne riporto l’albero, perchè più chiaramente se ne avverta il nesso e meglio si intendano le considerazioni seguenti:

 

[[ Desiderio; Berardo, Adalgiso; Ottone, Berengario, Ugo, Folco, Fazio, Guido ... ]]

 

 

La prima notizia sicura che noi abbiamo di un conte o giudice residente in Lecco è dell’871, nel qual anno appar nominato „Ubertus de Leuco judex et comes„ (2).

 

Successivamente da un diploma del 926 ci è menzionato un Radaldo, marchese e conte, figlio del fu Corrado, conte di Lecco, il quale faceva un’emancipazione di alcuni suoi servi (3).

 

 

(1) Desimoni, La Marche d’Italia in Rivista Universale, vol. IX, p. 420.

(2) Tolgo questa notizia dal libro del Dionisotti, Le famiglie celebri medioevali dell’Italia Superiore, Torino, 1877. Egli però non cita nè in principio del capitolo, come dovrebbe fare secondo il suo metodo, nè in calce di esso il fonte da cui attinse. È un peccato che in tutto il lavoro del Dionisotti, utile sotto più aspetti, manchi quasi costantemente l’esatta, specificata citazione delle numerose carte, delle quali si giova, sicchè ben difficilmente lo studioso può rendersi conto della bontà delle sue osservazioni.

(3) Lupi, op. cit., II, p. 145 sgg.; Desimoni, op. e loc. cit.

 

 

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Questo Corrado, conte di Lecco, è ricordato come marchese da un diploma dell’892 (1), nel quale Ugo di Spoleto re d’Italia (2) lo chiama „zio paterno„ e gli dona, assieme alla moglie Ermengarda, quella corte d’ Almenno, nella quale precisamente Radaldo compieva la menzionata emancipazione. Il semplice titolo di Marchese dato a Corrado da questa carta, fece pensare al Lupi che il contado di Lecco fosse di creazione posteriore (3) e che precisamente verso il 900 esso avesse avuto la sua origine. Noi però sappiamo che nell’871, com’ è probabile, già esisteva un conte di Lecco, e che Radaldo stesso aveva l’investitura di questo ufficio fin dall’895, nel qual anno era margravio (4), essendo morto suo padre, da non confondere col Corrado (5) di Lodovico III (4 giugno 905). Pare che Corrado cessasse di vivere in quell’anno stesso (895) poichè un’altra carta in quel torno di tempo ricorda Radaldo come semplice „comes et consiliarius Lamberti imperatoris„ (6).

 

Quanto alla marca di che Corrado e Radaldo furono margravi, mercè gli studi del Desimoni, noi sappiamo ch’essa era la Settentrionale (7) data loro da Guido, perchè difendessero il confine del regno contro gli attacchi dei signori di Germania. Codesta marca, però, non fu creata solamente allora ; probabilmente preesisteva (8) e l’aveva tenuta Suppone II. La casata di Corrado e quella dei Supponidi ebbe in questa marca molti possessi, che entravan gli uni negli altri, perchè se Corrado e Radaldo possedevano a Lecco, a Bergamo, a Verona, a Parma, a Bobbio e a Rivalta nel Reggiano (9), i Supponidi avevano estesi domini a Piacenza e altrove (10) e furono altra volta conti di Bergamo e di Brescia,

 

 

(1) Lupi, op. cit., I, p. 1009; Desimoni, op. e loc. cit.; Malaguzzi-Valeri, op. e Ioc. cit.

(2) Sassi, Duchi di Spoleto in Atti della Accademia Spoletina, 1875, p. 74.

(3) Lupi, op. cit., I, p. 1009, in nota.

(4) Muratori, op. cit., to. I, p. 437; Tiraboschi, op. cit., I, p. 69 ; Dümmler, op. cit., n. 4; Malaguzzi Valeri, op. e loc. cit.

(5) Dionisotti, op. cit., p. 165.

(6) Cod. Dipl. Longob., carta dell’anno.

(7) Desimoni, op. e loc. cit., p. 400 sgg.

(8) Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 39,

(9) Lupi, op. cit., I, p. 185 sg.; Il, p. 145 sg. ; Tiraboschi, op. cit., I, p. 69 ; Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 40.

(10) Id., op. cit., passim, p. 21 sg.

 

 

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come erano stati duchi di Spoleto (1). Ciò si spiega riflettendo che le due famiglie, la Gattesca e la Supponide, egualmente potenti, aspiravano del pari alla corona d’Italia e perciò s’avversavano, senza, tregua. L’elezione al trono di Guido fu un colpo pei Supponidi, i quali si strinsero sempre più a Berengario, affine di rintanere o riconquistare quello che Guido loro toglieva per regalare Corrado. Ma Radaldo, come i Supponidi, seppe ben stare in sella anche quando più ferveva la lotta tra Guido, Lamberto e Berengario, sicchè non è improbabile che tra le due case, egualmente saliche, si facesse in seguito una specie di compromesso matrimoniale.

 

Chi avverta come il figlio di Radaldo porti il nome di Wiberto, patronimico dei Supponidi e noti come precisamente un conte Vifredo di Piacenza abbia avuto con Radaldo una contesa per la investitura di beni dei rispettivi visconti, finirà col sospettare che Radaldo conducesse in moglie una Supponide; unione di cui rimarrebbe traccia in cotesto Wiberto, che forse non fu neppure il primogenito (2). Non occupiamoci della marca e delle sue vicende, ma intanto conveniamo che male non s’appose il Corio , il quale volle dare per padre ad Attone un Guido forse alludendo al fatto che la sua casata era d’origine Guidesca. Anche la discendenza di Obizzo da Attone, conte di Lecco, allude ad altra verità storica. Obizzo o Amizone fu riputato della famiglia dei conti di Seprio, i quali discendevano probabilmente da quelli stessi Supponidi che tanti beni ebbero in mescolato con quelli dei conti di Lecco.

 

Di Radaldo conosciamo poi un visconte per nome Idelberto, residente in Parma, in favor del quale il margravio ottenne nell’895 da Lamberto, suo cugino, l’investitura della corte di Rivalla nel Reggiano (3), e sappiamo inoltre che egli, nel 915,

 

 

(1) Sansi, op. cit., p. 45 sg.; Fatteschi, Memorie dei duchi di Spoleto cit., p. 1.

(2) Lupi, op. cip, I, p. 184; Desimoni, op. e loc. cit.; Baudi di Vesme, La famiglia di Milone, conte di Verona in Nuovo Arch. Veneto, 1896, to. II, p. 260; Muratori, Antich. Est., I, p. 307 sgg. ; Madaguzzi-Valeri, op. e loc. cit.

(3) Muratori, A. I. M. Æ., I, p. 437; Tiraboschi, op. cit., p. 59; Dümmler, op. cit., di Guido e Lamberto; Malaguzzi-Valeri, op. e loc. cit.

 

 

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assistè in Pavia ad un placito tenuto da Olderico, vassallo e messo regio (1) e fu testimone al testamento dell’imperatrice Angelberga (2).

 

Dopo l’ultima menzione di lui (926), non troviamo altro conte fino al 957, nel qual anno è nominato Attone del fu Wiberto, conte di Lecco (3). Il Lupi, il Wüstenfeld, il Desimoni dissero concordi che Wiberto, del quale altro non conosciamo se non il nome, (a meno che si voglia identificarlo con l’omonimo che nel 943 era messo regio) (4) fosse figlio di Radaldo, e nominato solamente conte, perchè la Marca settentrionale era passata ad Almerico (938-954), quindi ad Attone, antenato della contessa Matilde (5). Vero è che il Dionisotti (6), dichiara senza darne prova, essere Wiberto figlio di Corrado; ciò che cronologicamente appar impossibile. Corrado, difatti, morì nell’ 895 e doveva essere abbastanza vecchio se nell’891 figurava zio paterno di Guido re d’Italia, e se suo fratello Guido I di Spoleto, era morto fin dall’867. Ammettendo che Wiberto fosse suo figlio, noi dovremmo spiegare come mai Wiberto campasse tanto a lungo; sicchè fino a prova contraria, io propendo per l’ opinione antica, suffragata da persone così autorevoli e dotte.

 

Intorno ad Attone poi numerose testimonianze, oltre quella del Corio, ci rimangono, riguardanti le più compere fatte da lui in Palosco, presso l’Oglio, luogo, come pare, suo favorito. In una carta del 961 egli vende Osnago, pieve di Missaglia, a Nantelmo, conte di Seprio, stando nell’isola Comacina (7) ; in altra, del 973, dona alcuni beni nei contadi di Verona e Brescia al vescovodi Verona, e finalmente, il 6 aprile 975, con sua moglie Ferlinda, vende parte di Palosco e Mapello, mentre l’ 8 giugno 975, la sola Ferlinda, rimasta vedova, ricupera la corte di Bruscante (8). Cosicchè noi possiamo conchiudere che Attone visse e governò dal 957, circa,

 

 

(1) Cod. Dipl. Long., ad. a.; Dionisotti, op. cit., p. 166.

(2) Cod. Dipl. Long., p. 45, m 270; Baudi di Vesme, op. cit., p. 260.

(3) Giulini, op. cit., vol. 1, p. 617; Lupi, op. cit., II, 257; Dozio, op. cit., p. 36 ; A. Barra, Lecco e il suo territorio, Lecco, 1855, p. 11.

(4) Cod. Dipl. Long., ad a.; Dionisotti, op. cit., p. 166.

(5) Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 39 sgg.

(6) Dionisotti, op. cit., p. 166 sgg.

(7) Lupi, op. cit., II, p. 250 ; Dozio, op. e loc. cit.

(8) Giulini, op. cit. I, p. 647; Lupi, op. cit., Il, p. 237 sgg.

 

 

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al 975 e che non devesi ammettere un secondo Attone marito di Ferlinda, come credette il Giulini, ingannato dal trovare Ferlinda maritata nel 975, quando il contado di Lecco era già stato tolto alla famiglia di lei. La differenza di date ci assicura che la morte di Attone avvenne tra l’aprile e il giugno 975 e che precisamente prima di questi giorni egli aveva per testamento lasciato al vescovo di Bergamo la corte d’Almenno e le dipendenze di essa, come è ricordato nel diploma di Enrico del 1015 (1).

 

Il Dionisotti vuole che figlio di Viberto o fratello di Attone fosse quel Dadone che con Viberto suo figlio ebbe molti beni nel contado di Pombia e di Staziona (2). Di tale discendenza, però, non dà prova alcuna, sicchè non sappiamo davvero onde proceda siffatta novità. E, per vero, nessuna ragione potremmo addurre, giacchè non abbiamo visto che, eccettuato qualche manso o fondo in Martesana (Osnago), codesta famiglia di Lecco ebbe estesi possessi verso est e nei contadi di Bergamo, Brescia, Piacenza, Cremona e Verona (3). Ora Viberto, del fu Dadone, ha tutti i suoi possessi presso il Novarese, sul Verbano, nel contado di Seprio, ed e così evidente ch’egli apparteneva ad altra famiglia di conti, che già molti lo riputarono figlio di Anscario II e padre di Arduino re d’Italia (4).

 

Attone fu padre di Vidone, che gli premorì. Una sua sorella, Ermengarda, passò sposa a Gandolfo conte di Verona (5). A proposito della quale non so proprio come il Dionisotti possa affermare, che, dopo aver sposato Gisalberto di Subiate, s’unisse in seconde nozze con Gandolfo di Stazzona. Il Lupi riporta tutta la carta del 993, nella quale espressamente si dice che Ermengarda allora era vedova del conte Gandolfo di Verona e null’altro.

 

 

(1) Giulini, op. cit., to. I, p. 617 ; to. II, p. 89; Lupi, op. cit., II, p. 39r.

(2) Dionisotti, op. cit., p. 166 sgg.

(3) Lupi, op. cit., passim; Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 37 sgg.

(4) Durandi, Alpi Cosie e Graie, Torino, 1808, p. 39 sgg. ; Carutti, Il conte Umberto I, Roma, 1884, p. 282; Bianchetti, op. cit., I, p. 108; Rusconi, I conti di Pombia, Milano, 1885, p. 45. Della opinione del Rusconi a proposito di codesto Dadone, padre di Alberto, ch’egli crede appartenere ai conti di Seprio, si discorrerà a suo luogo.

(5) Lupi, op. cit., 11, p. 229 ; Dionisotti, op. cit., p. 167.

 

 

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È lecito credere che Attone, alla sua morte, come lasciò al vescovo di Bergamo la corte d’Almenno, così lasciasse il suo contado a re Ottone, il quale ne diede parte al vescovo di Como, e parte all’arcivescovo di Milano.

 

Ma con Attone e Vidone si spense proprio del tutto questa nobilissima famiglia? Già ci fu chi sospettò che un ramo laterale di essa fossero i Colleoni di Bergamo (1), discendenti da un Attone di Lecco. Ma l’Attone onde vennero i Colleoni è di molto posteriore, poichè viveva ancora nel 1054, quando del primo non restava che la memoria ; sicchè sarebbe più verosimile l’opinione di chi lo ponesse tra i discendenti di Maifredo, conte d’Almenno e figlio di Giselberto II, conte di Bergamo (2). Pare invece che tra i collaterali e i condomini dei nostri conti debbansi credere i Della Torre, signori della Valsassina, poichè questa fece indubbiamente parte del nostro contado (3) e vi possedettero Attone e Ferlinda (4). Inoltre una tradizione raccolta dal Morena allude chiaramente a tal discendenza. Dice difatti lo storico lodigiano, che „in valle saxena fuerunt comites potentissimi... de quibus nati sunt illi de la Turre, ut dicetur in locis suis„ (5). Ora in questi conti potentissimi non si può veder che quelli di Lecco, i quali erano tra le quattro famiglie padroni d’Italia, al dir del Corio (6). La famiglia Della Torre aspetta chi degnamente e profondamente la studi (7), ed è probabile che dietro minute ricerche si giunga a confermare quello che io ammetto come ipotesi, seguendo i criteri muratoriani dei compossessi e delle leggi (8).

 

Raccogliendo così le notizie sparse, diamo adesso il prospetto della nostra casata, aggiungendo per maggior schiarimento il ramo guidesco dei duchi di Spoleto.

 

 

(1) F. Calvi, Famiglie Milanesi, Milano, 1875, Colleoni.

(2) Dozio, op. cit., p. 51.

(3) Arrigoni, Storia della Valsassina, I, p. 49.

(4) Lupi, op. cit., II, p. 281; Dazio, op. cit., p. 53.

(5) Morena, Hist. in Muratori, R. I. S., VI, p. 1085. Cfr. anche Flamma, Man. Flor., ibid., X, p. 542.

(6) Corio, op. cit., vol. I, p. 108.

(7) Intorno ad essa non abbiamo che saggi di studio indiretti, Cfr. Bonomi, I conti di Martinengo Della Torre, Bergamo, 1884.

(8) I Della Torre antichi professano legge salica, come i conti di Lecco. V. le numerose carte inedite del vol. I e II Museum Diplomaticum, ms. nell’Archivio di Stato di Milano.

 

 

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Corrado, capostipite di codesta famiglia, come zio (1) del re Guido, era fratello di Guido I, duca di Spoleto, il quale ebbe per figli Lamberto e Guido re: il primo generò Guido II di Spoleto che mantenne le aspirazioni paterne (2).

 

I CONTI DI LECCO.

 

Uberto di Lecco, Giudice e Conte (871).

 

La famiglia guidesca.

 

[[ Guido; Guido I, Duca di Spoleto, Corrado Marchese e Conte di Lecco (891) ... ]]

 

 

Altre notizie di codesto contado, durante la signoria della famiglia guidesca di Corrado marchese, noi non abbiamo. Nessun placito tenuto dai suoi conti ce ne indica l’autorità giudiziaria, mentre d’altra parte nessun placito dei conti di Bergamo o di Milano ci dà modo d’argomentare che il conte di Lecco fosse dipendente da quelli di Bergamo o di Milano. Avvertiamo però che Lecco era tanto distinto da Milano da far parte, vivente Radaldo (895-920), di un’altra Marca, la settentrionale, proprio quando Mainfredo (888-96), poi Sigifredo (900-03) e Berengario (918-50) erano

 

 

(1) Lupi, op. cit., I, p, 1009: “Cohunradum dilectum patruum ac patruelem nostrum illustrem marchionem„.

(2) Sansi, op. cit., p. 40; Fatteschi, op. cit., p. 1 sgg.

 

 

253

 

conti e marchesi di Milano (1). È vero che Corrado e Radaldo non tennero sempre la loro Marca, perchè nell’alternativa di vittorie e di sconfitte fra Berengario I e Guido, la Marca settentrionale cedette spesso luogo a quella di Lombardia (2) e risorse di nuovo; ma certo nel 918 Lecco facea parte della Marca settentrionale e Milano con Seprio, Stazzona, Burgaria e Pombia di quella d’Ivrea di cui era margravio Berengario (II). E così deve ancora credersi che Attone, l’ultimo dei conti di Lecco, come suo padre Wiberto, fosse nella Marca settentrionale di cui erano margravi prima Almerico, poi Attone e Tedaldo (3), mentre Milano, Seprio, Stazzona e Burgaria entravano a formare la Marca Obertenga (4); il contado di Pombia poi e Biandrate spettavano alla Marca d’Ivrea (5).

 

Per quanto concerne i conti di Bergamo, non ci rimane traccia alcuna di supremazia da loro esercitata sul nostro contado. Degno di nota però è il fatto che proprio nell’894, quando Corrado era conte di Lecco e margravio, un Ambrogio conte di Bergamo (6) mostrossi così devoto al re Guido, da costringere Arnolfo, venuto in Italia per godere il frutto delle contese tra i rivali, ad assalir Bergamo di cui s’impadronì dopo lungo assedio (7). Tanta fedeltà in Ambrogio, ci fa giustamente pensare che egli fosse, come Corrado, parente di Guido, mandato da lui con Corrado a danno dei Supponidi e per difendere il minacciato confine. Dimodochè è lecito pensare che Ambrogio e Corrado sian stati consanguinei e che quest’ultimo, come margravio, risultasse superiore all’altro; per conseguenza il conte di Lecco, più prossimo parente del re, senz’alcuna dipendenza anche da Bergamo (8).

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, pp. 340 e 442 sgg.; Lupi, op. cit., Il, p. 91; Bandi di Vesme, op. cit., p. 259 sgg. ; Carutti, op. cit., p. 65 ; Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 25; A. Rusconi, op. cit., p. 28 sgg.

(2) Cfr. Carutti, Rusconi, Baudi di Vesme, op. e loc. cit.

(3) Malaguzzi-Valeri, op. cit., p. 39.

(4) Desimoni, op. cit., p. 206.

(5) Rusconi, op. cit., p. 29; Durandi, op. cit., p. 69.

(6) Giulini, op. cit., I, p. 363.

(7) Id., op. cit., I, 464; Lupi, op. cit., I, p. 185.

(8) Il Lupi, op. cit., I, p. 186, sostenne che il conte di Lecco dipendeva da Bergamo, mentre il Giulini opinò dipendesse da Milano. I due egregi storici non conobbero a fondo in che cosa questi contadi rurali consistessero e come fossero affatto diversi dagli altri contadi rurali sorti più tardi.

 

 

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            § III. Altre notizie importanti. - Allo spegnersi del ramo principale dei conti di Lecco nel 975, il contado si sfasciò con vantaggio (come si disse) de’ vescovi di Como e Bergamo e dell’arcivescovo di Milano. Un diploma di Ottone II del 9 ottobre 977 dona ad Adalgiso vescovo di Como „Piscarias cum ripa laci Cumi et Mezolae vel quidquid ibi de comitatu Leuci fuerit aliquando (1)„.

 

Codesta cospicua donazione fu confermata da Arduino nel 1002 (2), e da Corrado nel 1026 con le parole „Piscarias cum ripa lacus Cumani.... et quod de comitatu Leucho fuerit aliquando„. Il Giulini e il Tatti, animati da soverchio amor della propria città, rivendicarono a Milano ed a Como tutto il contado ; dal canto suo il Lupi, vedendo che parte del bottino era toccato anche a Bergamo, si oppose alle loro asserzioni. Ora noi da cosiffatti passi non tardiamo a conoscere che al vescovo di Como fu dato l’alto bacino del lago fino a Mezola, e il ramo di Como dove si estendeva il primitivo contado.

 

Un diploma d’Enrico III del 1015 poi conferma al vescovo di Bergamo la corte d’Almenno, data a lui da Attone conte e da sua moglie Ferlinda (3), più molte terre poste entro la cerchia del contado e non molto distanti da Almenno stesso.

 

Finalmente un diploma del 1035 ci assicura che Ariberto era già signore del contado di Lecco (4) e che dal palazzo arcivescovile quivi eretto partì nel 1128 l’arcivescovo Anselmo, per incoronare il nuovo imperatore (5). Nè la chiesa milanese possedeva Lecco soltanto, che Lamberto fin dal 931 le fa dono de’ suoi beni in Mandello (6) e Ariberto nel 1035 dona al monastero di S. Dionigi Lierna, Balliate e qualche altro manso dei dintorni (7).

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, p. 89; Lupi, op. cit., II, p. 119.

(2) Tatti, op. cit., II, pp. 98 e 114; Arrigoni, op. cit., I, p. 51.

(3) Tatti, op. cit., II, p. 90 ; Giulini, op. cit., I, p. 675 ; Lupi, op. cit., I, p. 1009 ; Arrigoni, op. cit., I, p, 49; Pozzi, Storia di Lecco, passim.

(4) Landolphi, Med. Hist. in Pertz, M. G. H., Script., VIII, p. 59, nota 7.

(5) Arrigoni, op. cit., I, p, 32.

(6) Giulini, op. cit., I, p. 392 ; II, p. 181 ; Arrigoni, op. cit., I, p. 57.

(7) Arrigoni, op. cit., I, p. 47.

 

 

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Da ultimo Alessandro III nel 1162 conferma all’arcivescovo di Milano „Leucum cum comitatu„ (1). Forza è dunque conchiudere che da molto tempo l’arcivescovo nostro fruiva di tale possesso come di quello di Angera; sebbene per arrotondare le diocesi vicine il contado fosse stato ridotto di molto.

 

Un altro lembo del primitivo contado si staccò per essere probabilmente un corpo a sè e fu la Valsassina. Noi non presteremo certamente fede a quei Tazio Della Torre che sarebbe stato conte di Valsassina in tempi assai remoti, ma dobbiamo convenire che sui principii del secolo XII codesta antica parte del contado di Lecco stava a sè, sotto la signoria di un Della Torre che ne era propriamente conte (2) e che forse dapprima n’aveva diviso il dominio coi conti di Lecco, come ramo d’ uno stesso ceppo. In Valsassina difatti Attone possedette, e possedette Ferlinda, ed erano in Valsassina quelle corti di Bruscante e Baliade, che Ferlinda vedova ricuperò nel 975 (3).

 

Ad ogni modo quello che allor continuò a chiamarsi contado di Lecco passò all’arcivescovo e quindi a Milano e fu considerato come parte della campagna milanese e Milano vantò sempre diritti su di esso. Ai tempi del Barbarossa però noi troviamo un cambiamento in tale stato di cose, del pari che nella Martesana, perchè nel 1158 e precisamente quando il governo creò il nuovo contado Martesano-Sepriese ponendovi a capo Gozoino, sembra che ristabilisse il contado di Lecco con un conte proprio nella persona di certo Abradiente (4) o Brandimarte (5). Se dobbiamo infatti credere a qualche storico, nel silenzio di tutti i cronisti (6), i lecchesi si

 

 

(1) Tatti, op. cit., II, p. 174; Giulini, op. cit., III, p, 637; Arrigoni, op. cit., I, p. 62, ecc.

(2) Lampugnati, Turrianae Propaginis arbor, 4; Fagnani, Famiglie Milanesi, ms. presso l’Ambrosiana, Torriani; Litta, Famiglie celebri italiane, vol. XIV, Torriani; Arrigoni, op. cit., I, p. 49; Calvi, op. e loc cit., Pozzi, op. e loc. cit.

(3) Arrigoni, op. cit., p. 53.

(4) Corio, op. cit., ad. a.; Arrigoni, op. cit., I, p. 84; Pozzi, op. e loc. cit.

(5) Cavitelli, Annales Cremonenses, Cremona, 1584, p. 54 ; Arrigoni, op. cit., I, p. 84.

(6) Sire Raul, il Morena, l’anonimo Piacentino, l’autore del libellas tristitiae, Benzo d’Alessandria, G. Fiamma, ecc., da noi altrove citati, non accennano per nulla ai lecchesi in codesto convegno. V. pertanto il Giulini, op. cit., III, p. 537.

 

 

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trovarono al convegno di Monza assieme coi martesani e sepriesi; e colà, imitandone gli esempi, furono dall’imperatore pagati della stessa moneta. Posto che tal racconto, non risponda a verità, noi sappiamo certamente, ad onta delle insinuazioni della Cronica Danielis, che Oberto di Pirovano, arcivescovo di Milano e signore del nostro contado, fu fedele alla causa della sua città (1) e perciò dovette essere colpito dall’imperatore con la privazione dei suoi beni, tanto nel nostro, quanto in quello di Stazzona.

 

Passato così il periodo burrascoso del Barbarossa, le cose tornarono allo stato primitivo, e cioè il contado di Lecco all’arcivescovo e quindi a Milano.

 

La pace di Costanza infatti (1183) e il convegno di Reggio (1185) riconobbero a Milano „omnia regalia, quae imperium habet in archiepiscopatu mediolanensi, sive in comitatibus seprii, martesane, burgariae, leucensi, stationae vel in aliis comitatibus„ (2) ed è degno di nota come Federigo I chiamasse questa estensione di territorio l’archiepiscopato di Milano, non già il contado o il ducato o la campagna.

 

Quanto poi alle terre del contado di Lecco, nelle quali Milano aveva le regalie imperiali, ricordo ancora la controversia tra milanesi e comaschi a proposito di Montorfano, Mandello e Lierna, che i contendenti pretendevano ciascuno per sè e il tribunale arbitrale risiedente in Seveso, udito l’avviso dei sapienti di varie città, decretò appartenessero al nostro contado (3). Però non pare che la lite terminasse così pianamente, perchè ancora nel 1190 Martino Della Torre, conte di Valsassina, dovette pronunziare sentenza arbitrale per una nuova controversia insorta tra Milano e Como intorno a Lecco, Montorfano, Mandello, Incino, Zono e Uggiate (4), stabilendo che le prime quattro terre appartenevano a Milano, le altre a Como.

 

Ma il dominio arcivescovile nel contado di Lecco come si esplicava?

 

 

(1) Giulini, op. cit., III, p. 572; Fumagalli, op. cit., p. 92.

(2) Muratori, A. I. M. Æ., loc. cit. ; Vignati, Storia della lega lombarda, loc. cit.

(3) Della Croce, Ms. cit., vol. VII, all’anno ; Rovelli, op. cit., II p. 109 sgg ; p. 349 sgg.

(4) Litta, op. cit., vol. XIV, Torriani, cit.; Arrigoni, op. cit., I, p. 86.

 

 

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Che fosse un vero dominio temporale non v’ha dubbio. Basterebbe, a provarlo, ricordare come correndo il 1310, nella pace tra Cassone Della Torre e Matteo Visconti (1310), si stabilisce che il comune milanese non si sarebbe mai introdotto nelle terre di spettanza dell’arcivescovo (1). Troviamo poi nell’anno, seguente Cressone Crivello investito del contado di Lecco (2) tolto all’arcivescovo; onde la sicurezza che la investitura laica nel contado spettava proprio al gerarca milanese.

 

Lecco come Stazzona erano poi anche sotto l’alta sovranità o sorveglianza papale, tanto che nel 1384 quando Galeazzo stesso volle dare Angera a sua moglie Caterina, questa si dovette giustificare presso il papa (3), adducendo che quei paesi sarebbero affidati meglio a lei che all’inetto governo della Curia.

 

Un’ ultima osservazione rispetto al Giulini. Questi, discorrendo della fusione dei comitati avvenuta verso la fine del secolo XIV, asserì che Lecco s’uni più tardi colla Martesana, mentre Stazzona collegavasi col Seprio (4). Codesta asserzione è del tutto gratuita. Gli statuti del 1396 (5) distinguono Lecco dalla Martesana ed altrettanto fanno gli statuti stessi di Lecco, appunto sulla fine del trecento (6).

 

Concludendo, da tutto quanto abbiamo esposto, appare che il contado di Lecco esisteva fin dal secolo IX in estensione grande e per tutto il X si mantenne dipendente da una famiglia tra le più illustri d’Italia. Sparita questa e disgregatosi il primitivo contado, quanto ne rimase raccolto intorno al capoluogo passò in dominio della curia arcivescovile di Milano, che ne fu signora temporale e per sè lo tenne fino agli ultimi del secolo XIV.

 

 

(1) Giulini, op. cit., IV, p. 855.

(2) Id., op. cit., IV, p. 850.            (3) Id., op. cit., V, p. 648.            (4) Id., op. cit., II, p. 34.            (5) Id., op. cit., V, p. 805.

(6) Statuta Burgi Leuci, 1649; cfr. Verga, La giurisdizione del podestà di Milano, ecc. nei Rend. Istit. Lomb., 1901, fasc. XX, già cit.

 

 

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CAPITOLO  V. Il contado di Stazzona.

 

Anche attorno a Stazzarla, al suo nome, alla sua origine, alla sua antichità ed importanza nella storia milanese molto è stato asserito. A noi basta sapere che il contado prese il nome dal suo capoluogo, Stazzona, che occupò una parte molto rilevante nella storia nostra, fu abitato da conti turbolenti e più tardi andò soggetto alle stesse vicende degli altri contadi fin qui illustrati (1).

 

 

            § I. Notizie corografiche. — La storia di codesto contado, oscura e ancor da fare per quanto concerne le sue vicende, i suoi conti, la sua costituzione, grazie agli studi accurati di Vincenzo De Vit (2), è sotto il rispetto corografico ben conosciuta, sicchè le ricerche mie non aggiungono verun documento. Staremo paghi quindi a raccogliere e riordinare in un sintetico complesso i ragguagli già posseduti e divideremo la storia del contado in due periodi: uno più antico, l’altro più recente, secondochè ci consiglia a fare la natura stessa del contado che ebbe ne’ vari periodi diversa costituzione e soprattutto limiti del tutto differenti.

 

 

(1) Le denominazioni antiche del capoluogo del nostro contado sono: Scaciona, Staciona, Stationa, Statztzona, Statzona, Stazona. Incerti furono gli storici nel ridurre la voce a forma volgare, sicchè confusamente troviamo scritto : “Staziona„, “Stazona„,  “Stazzona„. Considerando che il nome si originò da una “stazione„ navale romana, non dovremmo esitare a scrivere Staziona (infatti dal latino statio deriva stazione). Ma, come ognun può dedurre dall’elenco surriferito, il nome stesso si corruppe sin dai secoli più bassi (da Staciona = Stazzona), dimodochè la forma volgare rimane Stazzona. Anche in parecchi altri luoghi dei nostri laghi trovasi qualche “Stazzona„, come ad es., sul Lario presso Gravedona ed in Valtellina non lungi da Sondrio. Questo fatto, più che le teorie linguistiche, ci hanno persuasi ad accettar la lezione “Stazzona„. V. in proposito: De Vit, op. cit., I, passim; Bianchetti, op. cit., I, passim; Rusconi, op. cit., passim; Giulini, op. cit., I, p. 843 sgg. ; II, p. 454 sgg. ; Descrizione storico-cronologica d’Angera, Bergamo, 1779; De Antiquitatibus Angleriae in Calogera, Opuscoli, to. XLX; Dionisotti, op. cit., p. 175.

(2) De Vit, op. cit., vol. I, p. 1 sgg.

 

 

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Il primo periodo abbraccia il secolo IX e parte del X. Le notizie corografiche relative a quelle età sono in parte sicure, in parte ipotetiche, ma appoggiate a fatti e spiegate da avvenimenti che quasi non lasciano dubbi sulla loro attendibilità.

 

La prima menzione del contado si rinviene in una carta dell’807, dove è nominato Locarno e Sommare come facenti parte di esso (1). Un Locarno è pure ricordato in altra carta del 781 (2) e in documenti posteriori (865-870-877, ecc.) (3), ma il De Vit con buone ragioni sostiene trattarsi di un Locarno diverso dell’attuale, sito pure sul lago, e probabilmente non tanto lontano dall’odierna Lesa (4).

 

Una carta del 877 colloca pure nel contado stazzonese Cabroy (Capronno) e Masino (5), posti l’uno sulla riva sinistra non lungi da Stazzona, l’altro sulla destra, di fronte, poco più verso settentrione. Una carta dell’885 descrive una pezza di terra posta „in loco et fundo muregicio„ che confina „alio capite in loco stacionense„ (6). Evidentemente l’odierno lago di Mergozzo era allora unito al Verbano, e se si chiamava „stazionese„, ciò vuol dire che il nostro contado comprendeva anche Mergozzo nell’ Ossola Inferiore. Una carta dell’ 875 menziona pure „Cornalede in comitatu Frazionensi„ (7). Devesi intendere certo „comitatu stationensi„ ed allora „Cornalede„ non potrebb’ essere altro che „Cornaredo„ nel circondario di Gallarate. È vero che questo paese trovavasi in pieno contado di Seprio, ma non è cosa insolita a quell’età trovare in mezzo ad un dato territorio terre spettanti a diversa giurisdizione (8).

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, p. 38 e Cod. Dipl. Long., a. 732; De Vit, op. cit., I, p. 214.

(2) Muratori, A. I. M. Æ., II, p. 210 sg.

(3) Cod. Dipl. Long., nn. 237 e 310 ; Muratori, A. I. M. Æ., II, pp. 119, 195; VI, p. 345; Ughelli, op. cit., V, p. 650; Giulini, I, p. 432; II, p. 18.

(4) Da Vit, op. cit., I, pp. 240, 246 sgg.

(5) Muratori, A. I. M. Æ., II, p, 218 sgg ; Giulini, op. cit., I, p. 289; Cod. Dipl. Long., n. 704.

(6) De Vit, op. cit., 1, 1, p. 228; Bianchetti, op. cit., I, p. 77.

(7) Muratosi, A. I. M. Æ., pp. 209, 212; Giulini, op. cit., I, p. 368.

(8) Cfr. quest’Arch., XXXI, p. 28. Cosi i beni di Ornago e Cavenago, posti nel territorio di Milano, erano parte del contado di Pavia. Il concetto unitario faceva difetto nella politica medievale.

 

 

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Finalmente gli Atti di S. Giulio del 1066 pongono nel nostro contado „Insulam modicam„ (1) certamente una delle Borromee, e nel 1005 vi troviamo Sesto Calende, che però non sappiamo se v’entrasse anche prima (2). Così abbiamo veduto dall’un capo all’altro del Verbano esservi delle terre spettanti al nostro contado: a nord Locarno, a sud-ovest Sommare, Mergozzo, Massino; a sud-est Cabroi e Sesto Calende.

 

Ma una questione piuttosto seria è stata testè sollevata dal Baudi di Vesme a proposito del capoluogo, Staziona, giacchè egli non crede potersi identificare coll’odierna Angera, o coll’Angera del contado eretto da Venceslao, ed aggiunge di non saper comprendere come Federigo I, che così minutamente descrive i confini del comitato sepriese, abbia poi trascurato di notare che erano da esso escluse Stazzona e la sua pieve, poste sulla riva sinistra del lago (3). Pertanto egli colloca altrove tal capoluogo e precisamente sulla riva destra, tra Baveno e Mergozzo. L’obiezione del dotto storico riceverebbe una conferma dal fatto che una carta del 1203 menziona la terra di Staciona, come giacente sulla destra del Verbano non lungi da Arona (4). Ma a tutte queste osservazioni si possono opporre argomenti da non lasciare dubbi nella scelta. E innanzi tutto noi vedemmo menzionati Cabroi (877) e Sesto Calende (1005) come posti nel contado di Stazzona sulla sinistra del lago ed entro i limiti assegnati dal Barbarossa al Seprio. In secondo luogo le parole dell’imperatore stesso non toccano di quel tratto di riva che dalla Tresa va al Ticino, giacchè il limite assegnato al contado di Seprio incomincia dal punto ove il Ticino esce dal Verbano („a lacu maiori sicut pergit flumen Ticini usque in Padrinianum„) e terminano dove la Tresa si getta in detto lago („et sicut Tresa refluit in predicto lacu Maiori„). E notiamo che nel 1185, quando cioè si sottoscriveva il trattato di Reggio, del nostro contado non restava che l’ombra, un frammento che in una determinazione quale fu quella del Barbarossa poteva sfuggire. E poi, come possiamo dire che l’Angera nostra non è l’antica Stazzona, quando le carte dànno prova evidentissima,

 

 

(1) Giulini, op. cit., II, p. 454; De Vit, op. cit., I, p. 217 sgg.

(2) Spinelli, Sesto Calende, Milano, 1880, p. 32.

(3) Baudi di Vesme, op. cit., p. 255.

(4) De Vit, op. cit., I, p. 345.

 

 

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alternando codesti due nomi verso la fine del secolo XII e sui primordi del XIII, ed applicandoli sempre allo stesso luogo, agli stessi beni posti nella località che or è chiamata Stazzona ed ora Angera (1)? Come sia sorto codesto secondo nome non è qui il luogo di cercare.

 

Le favole di Anglo e le invenzioni consacrate dalla Cronachetta di Daniele, come influirono sulla titolatura viscontea, certo di riflesso devono aver esercitata un’efficacia anche su cotesto mutamento, proprio in quei giorni nei quali si faceva risorgere il contado a gloria ed onore degli illustri discendenti dell’eroe troiano. A noi giova conchiudere che, a meno di giudicare spurii moltissimi documenti, dovremo rilevare che la Stazzona del contado era precisamente l’odierna Angera, sulla sinistra del Verbano. Quanto alla terra „de Staciona„ che diè argomento di qualche meraviglia anche al De Vit, diremo che non ci meraviglia punto perchè, come già dicevamo, sui Lario oggi ancora trovansi due Stazzone, una in vicinanza di Gravedona ed un’altra in Valtellina.

 

Le notizie certe ci dicono quindi che tutto il bacino del Verbano, da Locarno a Sesto, formava parte del nostro contado, se escludiamo quel tratto della riva sinistra che da Ispra sale oltre Maccagno, perchè, come si è veduto, era parte del Seprio.

 

Ma parecchi storici vollero includere molte altre terre ancora nel nostro contado. Certamente l’ importanza ch’ esso ebbe in codesta età bassa non ci fa dubbiosi nel supporre che ampia ne sia stata l’estensione. Già il trovare Mergozzo entro i suoi limiti, ci suggerisce la domanda : e perchè non tutta l’Ossola Inferiore ne faceva parte ? Perchè il „comitatulum„ della Valdossola dato a Pietro, vescovo di Novara, non era che parte dell’Ossola Superiore, come ben dimostrarono il De Vit e il Bianchetti (2). Il primo anzi asserì senz’ altro che l’Ossola Inferiore entrava tutta nel nostro contado; il secondo si limitò a conchiudere ch’essa non costituiva un contado separato. Ora, se cosi veramente fu, in qual contado doveva essa venir compresa se non in quello di Stazzona,

 

 

(1) Bescapé, Novaria Sacra, I, p. 80; Descrizione storica cit., p. 32; De Antiq. Angleriae cit., p. 21; De Vit, op. cit., I, pp., 1, 112. sgg.; p. 503 sgg.; Giulini, op. cit., I, p. 885.

(2) Id., op. cit., III, p. 204; Provana, L’Italia ai tempi di Arduino, Torino, 1844; De Vit, op. cit., pp. 1, 94 sgg.; Bianchetti, op. cit., I, p. 77 sgg.

 

 

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tanto vicina e che senza dubbio ne includeva già una terra in Mergozzo?

 

Il Giulini poi vi inchiuse Biasca e Faido (1); il De Vit e prima di lui il Durando, il Provana, il Rusconi e il Dionisotti (2) non dubitarono di asserire che tutto il paese dal Verbano sino alle cime del Sempione ne faceva parte. Se la ipotesi sembra ardita, non per questo può dirsi inverosimile. Anche il contado di Lecco, posto a guardia della via d’Italia pel Lario, saliva su su fino ai monti, pur includendo il „comitatum Clavennae„ (3). Perciò noi troviamo più che probabile che il contado di Staziona, posto a guardia di una via tanto importante quale era quella del Verbano, abbracciasse le alture fino ad un altro isolotto da esso distinto, il contado di Bellinzona, che doveva essere ben piccola cosa (4). Questi però furono i confini ideali ; discorrendo in seguito delle vicende del contado stesso, vedremo come la confusione fosse non poca, giacchè entro tali limiti molti padroni dominarono.

 

Del secondo periodo poco abbiamo da dire. Come il contado di Lecco, così il nostro si disgregò e fu donato in parte al vescovo di Novara, in parte si costituì a comune ; parte passò ai conti di Castello e di Biandrate e parte all’arcivescovo di Milano (5).

 

A quest’ ultimo frammento, come a quello che comprendeva l’antico capoluogo, rimase il nome di contado di Stazzona. Le delimitazioni di esso sono chiaramente segnate dal De Vit: estendevasi alla pieve di Stazzona, ad Arona, a Meina ed a buona parte del Vergante (6), cioè alle terre poste nel bacino inferiore del Verbano a sud di una linea che congiunga Laveno con Pallanza (7). Del nuovo contado di Angera, creato da Venceslao (1397),

 

 

(1) Giulini, op. cit., IX, “Spiegazioni alla carta„.

(2) De Vit, op. cit., I, 1, p 215; Durando, op. cit., p. 218; Provana, op. cit., p. 92; Rusconi, op. cit., p. 22; Dionisotti, op. cit., p. 204.

(3) Crollalanza, op. e loc. cit.

(4) Rigolo, Il contado leopontino, Bellinzona, 1886, passim.

(5) De Vit, op. cit., I, 1, pp. 300-301.

(6) Id., op. cit., p. 397.

(7) A questa nostra asserzione sembra contraddire il Fiamma. Il De Vit, op. e loc. cit., già ad esuberanza confutò lui e quanti sull’orme di lui scrissero che tutto il contado passò all’arcivescovo.

 

 

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non è nostro ufficio discorrere e perciò nè qui nè altrove ne faremo parola (1).

 

 

            § II. Dei conti signori nel contado di Stazzona. — Non vi è forse nella storia milanese questione più oscura e più intricata di quella che riguarda i conti di Stazzona, dei quali parecchi tacquero, molti dissero poco, e moltissimi, prestando fede ad un romanzetto storico, dissero troppo. Codesti conti furono innalzati al grado di primi dignitari italiani, schiatta di re e d’imperatori, capostipiti dell’illustre stirpe dei Visconti, ceppo delle primarie case nobili della Lombardia, anzi dell’Italia settentrionale. I nomi di Anglo, di Alione, di Galagneo, di Viviano, delle amazzoni, compagne di codesti eroi, intrecciati alle vicende più romanzesche, crearono attorno al contado di Stazzona ed ai suoi conti un’aureola leggendaria (2), la quale prese ancora più solide basi quando Venceslao,

 

 

(1) Giulini, op. cit., II, pp. 661-665; De Vit, op. cit., I, 1, p. 504 sgg.

(2) Cfr. la celebre, sebbene inedita, Cronica Danielis seu De Comitibus Angleriae, di cui fino ad oggi si conoscono i seguenti codici :

a) Braidense di Milano, AD-XII-32 (sec. XVII). La biblioteca stessa ne possiede due altre copie posteriori tra i codici Morbio e precisamente una nel cod. 48 (incompleta) e l’altra nel cod. 73, V. L. Frati, I codici Morbio, Forli, 1897, p. 66.

b) Ambrosiana di Milano, cod. 161.

c) Trivulziana di Milano, cod. 1344.

d) Biblioteca nazionale di Parigi (sec. XIV). Delle notizie leggendarie da essa divulgate sono ripiene le cronache nostre; cfr. Flamma, Manipulus Florum in Muratori, R. I. S., XII; idem, Galvagnana in Miscell. di storia italiana, vol. VII; e Cronicon Extravagans, ibid.; Filippo di Castel Seprio, Cronica de dictis et factis civitatis Mediolani, cod. 1218 della Trivulziana ; Benzo d’Alessandria, De Mediolani opusculum, ediz. Ferraj, in Bull. dell’Istit. stor. Ital., n. 7, 1889; Ioh. de Cermenate, Historia Mediol., ed. Ferraj, Roma, 1887; Bonvesin da Riva, De Magnalibus urb. Med., ed. Novati, Roma, 1898 ; Corio, Historia di Milano, capp. I e II, passim ; Tristano Calco, Hist. Patr., lib. X in Graevii, Thesaurus, vol. I, par. I, p. 554; Merula, De Antiquit. Vicecom., ibid., vol III, p. 20.

 

Tra i moderni si occuparono di essa:

 

L. A. Ferraj in Bull. Istit. stor. Ital., n. 7, 1889, p. 135 e in Arch. stor. lomb. XVII, 1890, p. 285; Cinquini, Memoria letta alla Società storica lombarda (V. sunto in Arch. stor. lomb., a. XVI, p. 191 e La Lombardia (24 maggio 1889); W. von Giesebrecht, Zur Mailändischen Geschichtsschreibung im XII und XIII Jahrhundert in Forschungen zur deutschen Geschichte, XXI.

 

 

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con grande solennità, diede nuova vita al contado e quando i Visconti fregiaronsi del titolo di conti d’Angera e di Angli. Ma non appena una savia critica prese in esame le cronache nostrane, l’edificio cominciò a tentennare, finche crollò, senza che alcuno assumesse l’incarico di sostituire agli eroi leggendari i feudatari rozzi e prepotenti (1) della realtà. I tentativi di ricostruzione furono incerti, ma è debito di verità asserire che la quasi completa mancanza di documenti giustifica le ipotesi le più disparate, da quella, ormai antica del Giulini, alla recentissima del Dionisotti (2). Noi, come abbiam fatto fin qui, così ora in materia tanto delicata, distingueremo l’ipotesi da quanto i documenti assicurano come verità. L’unione di questi due elementi potrà forse del nostro contado lasciarci una idea più conforme al vero di quello che fin ora si sia avuta.

 

Notizie autentiche e sicure di conti di Stazzona non ne abbiamo prima del 1030. Una carta di donazione di beni in Meina alla badia d’Arona di quell’anno è sottoscritta da un „Giselbertus... notarius sacri palatii per data licentia domini Uberti comitis„ (3). L’atto essendo compiuto in Arona, nel contado di Staziona, ci assicura che Uberto doveva esserne il conte. Ma che cosa sappiamo, o ci è possibile sapere, del contado e dei suoi signori nei secoli precedenti ?

 

Se Stazzona, anche durante la dominazione longobarda, fosse capo di uno speciale contado, non sappiamo ; data la sua importante posizione sul lago, data l’illustre tradizione che di essa sopravvisse, non sarebbe audacia crederlo. È però falsa, come altri ben dimostrò, quella pergamena del 786, nella quale si nominano beni posti „in comitatu stationensi„ (4). Dei primi anni della dominazione carolingia invece, e per tutto il secolo IX,

 

 

(1) Chi più di ogni altro contribuì ad abbattere l’edificio di codeste favole fu il diligentissimo Giulini, dietro le orme dei Muratori. Però delle false sue congetture a proposito dei veri conti discorreremo altrove.

(2) Dionisotti, op. cit., cap. XII, p. 174 sgg.

(3) Giulini, op. cit., II, p. 173; Carutti, op. cit., I, p. 265; Rusconi, op. cit., p. 49; Dionisotti, op. cit., p. 175; Baudi di Vesme, op. cit., p. 277.

(4) Cod. Dipl. Long., n. 137; De Vit, op. cit., I, p. 213.

 

 

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parecchie notizie indirette ci servono di lume, e, se non ci svelano nomi di veri conti, nè molto meno l’esistenza d’una loro famiglia, ci additano tuttavia la maniera per gettar luce sulle condizioni del contado.

 

Già parlando del Seprio, abbiamo ricordato quel conte Alpicario, di nazione alemanna, che possedeva sul Seprio ed a Stazzona, e notammo ancora come da varie menzioni e dalla circostanza che alcuni vassalli e testimoni sepriesi presero parte alla sentenza del conte Leone, si poteva dedurre che del Seprio fosse allora, come più tardi, investito il conte di Milano. Gli stessi particolari ci condurrebbero a conchiudere che anche di Stazzona doveva essere investito quel conte; ma noi siamo obbligati inoltre a chiederci: „Se ciò era, perchè nei due atti ricordati, assieme agli scavini ed al gastaldo di Seprio non compaiono gli scavini e il gastaldo di Stazzona?„

 

Qualche altra notizia ci è necessario racimolare, prima di rispondere a questa domanda. Le poche carte che, proseguendo nei tempi, direttamente o indirettamente, ricordano il nostro contado, lo nominano in varia guisa: nell’807 „in finibus stationensis„ (1), nell’841 „in ministerio stationense„ (2), nell’870 e 877 „in comitatu stationensi„ (3).

 

Le prime due denominazioni ci permettono di credere che il contado di Stazzona, per buona parte del secolo IX, rimanesse vacante, come il Seprio, non solo, ma che fosse incamerato dalla corte imperlale, che l’amministrava per mezzo d’un suo vicario o ministro, come indica la parola „ministerium„ (4). Il conte di Milano, come appare dalla citata controversia, vi esercitava l’autorità giudiziaria e null’altro, il che, mentre giustifica l’assenza di un

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, p. 83; Fumagalli, Codice Dipl. Santambr., p. 118; Muratori, A. I. M. Æ., II, p. 210 sgg.; De Vit, op. cit., I, 1, p. 234 sgg.

(2) Giulini, op. cit., I, pp. 180 e 181 ; Cod. Dipl. Long., n. 712 ; De Vit, I, 1, p. 240; Dionisotti, op. cit., p. 174.

(3) Muratori, A. I. M. Æ., II, pp. 119 e 210 ; Giulini, op. cit., p. 104 sgg. ; Dionisotti, op. e loc. cit.

(4) Giulini, op. cit., I, p. 234; Du Cange, Glossarium, ad voc. Scrive questi: “Beneficii sen feudi species quae sub certi obsequii ac servitii conditione concedebatur... etiam pro vicaria, seu districtus Vicarii„. In realtà ministerium significava territorio o contado retto da un ministro, a nome della corona, cui spettava direttamente.

 

 

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gastaldo, ci mostra chiaramente che il nostro contado non entrò mai a far parte della marca d’Ivrea (1). Poichè, se cosi fosse stato, come mai il conte di Milano vi avrebbe esercitata la sua giurisdizione e non il marchese d’Ivrea, che altrove vediamo amministrare un contado vacante della sua marca? Chi primamente asserì che Scazzona faceva parte della marca d’Ivrea fu il Durandi (2), falsamente interpretando l’editto di Ludovico II (866) (3), nel quale non si determinano i contini delle Marche, bensì si indicano le varie parti d’Italia nelle quali l’ imperatore spediva i suoi messi a raccoglier truppe per la guerra contro i Saraceni (4). A meno che si riferisca al tempo in cui anche Milano entrò nell’ antica marca d’Ivrea, e cioè quando ne era marchese e conte Berengario (918-950).

 

Per quanto però nell’870 il nostro territorio sia chiamato contado, è più probabile che continuasse ad essere incamerato, tanto copiosa è la serie dei diplomi che lo smembrano a beneplacito dell’imperatore.

 

Nell’805 (5) Ludovico investe sua moglie Angelberga di paesi posti nel nostro contado (Locarno e Massino), confermati nell’870 (6) e menzionati nel testamento dell’877 (7). Nell’822 Carlo il Grosso alla medesima Angelberga riconferma gli stessi beni (8), cosa che fanno pure Berengario nell’888 (9) e Arnolfo nell’894, per quanto il De Vit creda che qui si tratti di un’altra Angelberga (10).

 

 

(1) Giulini, op. cit., I, p. 186 e altrove; Durandi, op. cit., p. 74 sgg. ; Desimoni, op. e loc. cit. ; Carutti, op. cit., I, p. 265 sgg ; Bianchetti, op. cit., I, p. 54; De Vit, op. cit., I, 1, p. 213; Rusconi, op. cit., p. 22.

(2) Durandi, op. cit., p. 91 ; Casaus, Dizionario geografico del Regno di Sardegna, ad voc., Stazzona, p. 442.

(3) Muratori, R. I. S., II, c. 204; Giulini, op. cit., I, p. 34.

(4) De Vit, op. cit., I, p. 236.

(5) Cod. Dipl. Long., n. 237 ; De Vit, op. cit., I, p. 240.

(6) Cod. Dipl. Long., n. 248; De Vit, op. cit., vol. I, p. 234.

(7) Campi, Hist. Placent., I, p. 423 ; Muratori, A. I. M. Æ., II, p. 119; Giulini, op. cit., I, p. 342; Cod. Dipl. Long., n. 432; De Vit, op. cit., I, p. 242.

(8) Muratori, op. cit., II, c. 195; Giulini, op. cit., I, p. 432; Codex Dipl. Long., n. 310; De Vit, op. cit., I, p. 242.

(9) Muratori, op. cit., VI, c. 345; De Vit, op. cit., I, p. 243.

(10) Campi, op. cit., I, Appendice ; Giulini, op. cit., V, p. 21 ; Codex Dipl. Long., n. 343; De Vit, op. cit., I, p. 238.

 

 

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Località che noi ponemmo nel nostro contado in Val d’Ossola vediamo specialmente passate a terzi per donazioni imperiali, senza il minimo accenno a conti di Stazzona. Cosi Berengario I nel 908 dona al visconte d’Adalberto marchese le località di Gaddo e Premosello nel contado di Ossola (1), e Benza nel detto contado è pure donato da Ottone I nel 911 o 915 al nipote del vescovo di Novara (2). Questo contado ossolano corrisponde precisamente ai piccolo contado donato nel 1014 al vescovo di Novara, Pietro, da Ottone stesso (3) e fu certamente creato sul principio del secolo X, staccandolo da quello di Stazzona. Se poi devesi prestar fede al diploma del 918 (4), molti paesi del nostro contado furono diversamente legati dall’imperatore Cona. Seguitando la nostra rassegna, noi troviamo che nel 961 e nel 962 Ottone I dispone a suo piacimento di terre del contado stazzonese, infeudando ai conti di Crosinallo il luogo di Ornavasso (5), pieve di Mergozzo, ed al monastero di S. Pietro in Ciero d’Oro di Pavia il luogo di Vergonte (6).

 

Da tutte queste carte risulta che fino al 962 (e cioè per tutto il secolo IX e tre quarti del secolo X) il contado di Stazzona rimase vacante ed incamerato dall’impero. Certo è ancora che Amizone, fondatore del monastero di Arona e abitatore del contado di Seprio e Stazzona, non fu conte del nostro contado per le stesse ragioni altrove addotte, senza perderci a considerare quelle pergamene manipolate dal Bianchini, nelle quali sono nominati come conti di Stazzona lo stesso Amizone e suo figlio Fazio o Bonifazio (7).

 

 

(1) Bianchetti, op. cit., I, p. 83.

(2) Ibid., p. 85.

(3) De Vit, op. cit., I, p. 193; Bianchetti, op. cit., p. vol. I, p. 103.

(4) Cod. Dipl. Long., n. 306 ; Labus, Antica Romana via al Sempione, già cit., p. 98 ; Bianchetti, op. cit., I, p. 93.

(5) Cotta, Museo Novarese, Milano, 1701, p. 50; Tschudus, De prisca et vera alpina Retia, p. 125; Bianchetti, op. cit., I, p. 89.

(6) Ponetus, Generalis Ord. Cleric. Historia, Romae, 1642, p. 200 ; Cod. Dipl. Long., n. 1126; Bianchetti, op. cit., p. 91.

(7) Milano, biblioteca Trivulziana, codd. 1738 e 1739. Sono due copie di pergamene spedite dal Bianchini a Vercellino Visconti e portano le date 12 agosto 995 e 28 febbraio 1009. Da esse il Visconti deduceva questo prospetto genealogico :

 

 

 

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Verso la fine del X secolo molti conti turbolenti vi fanno comparsa. Sono essi Riccardo e sua moglie Valderada; poi il loro tiglio Riccardo, marito di Anselda; un Uberto, conte, figlio di Dadone, è un altro Uberto, figlio di Ingone.

 

Riccardo, nominato conte in una carta del 1015 (1), era di legge salica, figlio di Ildeprando (2), e non deve essere confuso col suo omonimo del 945, cui Ugo e Lotario donarono alcuni beni in Valsesia nella villa „Aureliaco„ (3) ; polche non è verosimile campasse circa un secolo (4) e perchè „Aureliaco„ non compare mai nei numerosi documenti che annoverano i beni di questo conte. La sua moglie Valderada era di legge longobarda, figlia di un Rodolfo (5), e col marito appare menzionata in altre carte del 998, del 1001, del 1013, del 1014 e del 1015. I due coniugi s’erano violentemente impadroniti dei beni che Liutiredo, vescovo di Tortona e figlio di Bertana, possedeva attorno al lago Maggiore, presso Pavia e nella Martesana; per il che, portatasi la lite innanzi all’imperatore in Pavia, questi lasciò che la contesa si risolvesse in un duello, nel quale, avendo vinto i campioni del vescovo, questi donò parte dei suoi beni ad Ottone I, il quale, a sua volta (1001),

 

 

(1) Bianchetti, op. cit., II, p. 36.

(2) Ibid., p. 33.

(3) Muratori, A. I. M. Æ., I, c. 420; Tonetti, Storia della Valsesia, p. 144 ; Bianchetti, op. cit., I, p. 108; Rusconi, op. cit., p. 17; Dionisotti, op. cit., p. 172.

(4) Carutti, op. cit., p. 360.

(5) Bianchetti, op. cit., Il, p. 33.

 

 

269

 

il regalò al monastero di S. Salvatore in Pavia (1) e parte vendette (998) al duca Ottone, figlio di Conone (2). Ma appena morto Ottone, il conte Ugo e Berengario prete, figli di Sigifredo e Railenda, invasero gran parte di detti beni (3) (1002), stimolati da Uberto conte, figlio di Ingone ; ragione per cui insorse un’altra lite, risolta anch’essa con un duello che riuscì favorevole al monastero pavese (1014) (4). Non restando quieti Ugo e Berengario a tale decisione, ed avendo inoltre assieme cogli altri conti parteggiato caldamente per re Ardoino contro Enrico III, costui nel 1014 confiscò solennemente i beni di Riccardo, Valderada (5), Uberto di Dadone e Ribaldo di Suno, e li concedeva al vescovo di Vercelli, e nel 1015 dava al vescovo di Como parte di quelli confiscati ad Ugo e Berengario (6). Nel 1025 poi Corrado donava al vescovo di Novara (7) altri beni tolti ad Uberto ed Ugone, figli di Ingone, a Ribaldo di Suno, a Riccardo, e nel 1028, con nuovo diploma, riconfermava tale donazione. Tutti questi beni si rinvengono sempre negli stessi contadi e luoghi : attorno a Pavia, nella Martesana presso l’Adda e nel contado di Stazzona e Seprio.

 

Troviamo adunque cinque famiglie coinvolte negli stessi fatti: quella di Riccardo, d’Uberto figlio d’Ingone, di Viterbo figlio di Dadone, di Liutfredo vescovo, e di Sigifredo nei suoi due figli Ugone e Berengario, questi due uniti a Riccardo e a Valderada ai danni di Liutfredo o di chi possedette poi i suoi beni.

 

 

(1) Muratori, A. I. M. Æ., X, c. 73; Dozio, op. cit., p. 50; Carutti, op. cit., p. 226; Bianchetti, op. cit., p. 108; Rusconi, op. cit., p. 19 sgg.; Dionisotti, op. cit., p. 170 sgg.

(2) Muratori, op. cit., VIII, c. 355; Giulini, op. cit., II, p, 448; Cod. Dipl. Long., v. all’ anno ; Dozio, op. cit., p. 48 ; Bianchetti, op. cit., I, p. 108.

(3) Giulini, op. cit., II, p. 80 ; Rusconi, op. cit., p. 18 ecc, ; Dozio, op. cit., p. 32; De Vit, op. cit., I, p. 207.

(4) Muratori, op. cit., VIII, c. 169. e Antich. Estensi, I, p. 110; Dozio, op. cit., p. 54.

(5) Bianchetti, op. cit., I, p. 110 sgg.; De Vit, op. cit., I, p. 147 sgg. ; Provana, op. cit., p. 387; Durandi, op. cit., p. 126;

(6) Tatti, op. cit., I, p. 306 ; Dozio, op. cit., p. 55 ; De Vit, op. cit., I, p. 365.

(7) Bescapè, op. cit., p. 326; Hist. Patr. Monum., Chart, I, p. 445 ; Bianchetti, op. e loc. cit.

 

 

270

 

Ma la famiglia di Riccardo e quella di Uberto, figlio di Ingone e fratello di Ribaldo di Suno (1) si trovano congiunti in altri compossessi e pretese, come per esempio nella cessione fatta di alcuni beni al vescovo di Novara da parte di Riccardo e Valderada, alla quale è presente Ribaldo di Suno (2). I loro possessi poi si intrecciano continuamente, sia nel contado di Staziona che di Seprio. Mercè gli studii del Rusconi, è ormai assodato che Uberto, figlio di Ingone, era conte di Pombia, che da lui discendono i conti di Biandrate, e che Adalberto, pure conte di Pombia, che sposò dapprima Sofia di Palcheurando e poi Adelaide, figlia di Manfredo III, conte di Parma (3), fu suo nipote.

 

Quanto a Riccardo, figlio di Ildeprando, il Dionisiotti non dubitò di crederlo conte di Stazzona (4). Ma se è vero che egli possedette molto in codesto contado e che vi abitò sempre con la sua famiglia, è vero altresì che vi possedettero anche gli Ubertini di Pombia e i Rodolfini di Seprio, e che allorquando Adamo e Domenico, fratelli, donarono al monastero di Arona i loro beni posti in Meina, era presente un notaio con licenza del conte Uberto, che quindi aveva giurisdizione su Arona e su quanto restava del contado di Stazzona (5).

 

Ma questo Uberto era figlio di Ingone o figlio di Dadone ? Uberto di Ingone era conte di Pombia, ed Arona apparteneva ceno al contado di Stazzona. Ingone e Dadone possiedono beni in comunanza negli stessi contadi, sono di legge salica, i loro figli parteggiano per Ardoino, veggono i loro beni ripetutamente confiscati da Enrico e da Corrado. A che tanta insistenza nelle confische da parte di questi imperatori, se non perchè essi erano congiunti al loro avversario?

 

 

(1) Ughelli, op. cit., II, p. 201 sgg. ; Affò, Storia di Parma, II, p. 247 ; Carutti, op. cit., I, p. 265; Rusconi, op. cit., p. 21 sgg.

(2) Bianchetti, op. II, p. 33; Rusconi, op. cit., p. 19 sgg.

(3) Muratori, A. I. M. Æ., c. 271 ; Giulini, op. cit., II, p. 202;. Caretti, op. cit., pp. 265 e 344 ; Rusconi, op. cit., p. 26 ; Baudi di Vesme, op. cit., p. 277. Il Giulini erroneamente lo credette conte di Stazzona: avviso a cui inchinò pure il De Vit.

(4) Dionisotti, op. cit., cap. XII, p. 177 (Albero genealogico). In questo capitolo del libro del Dionisotti, come nel seguente dedicato ai conti di Pombia, si rivela molta fretta e scarsa preparazione.

(5) Giulini, op. cit., II, p. 130; Rusconi, op. cit., p. 20.

 

 

271

 

Ardoino era pur figlio di Dadone (1), conte e possessore in Stazzona, e l’asserire, come fece il Rusconi (2), che Dadone fosse conte di Seprio e che tale fosse anche Alberto, è errore grave. I conti di Seprio non militano tra i fautori d’Ardoino, vanno esenti da confische ed appartengono a ben altra famiglia che non sia questa degli Ubertini e dei Riccardini, i quali d’altra parte non sono che rami di uno stesso ceppo.

 

Il Rusconi, è vero, ricercando le origini di Ingone, credette ravvisarlo nell’Ugo, figlio di Manfredo, duca di Lombardia (888) e uccisore dell’imperatore Lamberto, e non seppe comprendere perchè gli Ubertini e i Riccardini sempre si trovino coinvolti negli stessi fatti. Ma Ugo visse sulla fine del secolo IX, mentre Ingone è della seconda metà del X. Nella stessa famiglia però di Manfredo III noi ritroviamo un Ingone (secondo di questo nome) e un Ildeprando, figli di Egelrico I, conte di Verona, decaduto a semplice vassallo regio nel 961 e sposo di Officia di Ruggero II d’Auriate (3). Non avremo qui il padre di Uberto e di Riccardo, i quali erano pure semplici vassalli e possedevano anche in quel contado di Ivrea, che diede poi Ardoino re d’Italia? Ecco adunque i discendenti di Manfredo III, signori nei contadi d’Ivrea, di Pombia, di Stazzona ed in parte nel Seprio (a nord Bogno, Brebbia e altrove), involti, a cagione di alquanti beni, in una contesa già avvenuta fra il loro predecessore Egelbrico e Guntilde, figlia del fu Roggiero, conte di Auriate (4).

 

Ugo e Berengario poi, figli di Sigifredo, che compaiono più tardi nella stessa lite, erano anche figli di Railenda, sorella di Ildeprando (5), padre di Riccardo. Ecco perchè intervengono colle loro pretese in unione ai Riccardini.

 

 

(1) Dadone aveva sposato una Ardoinica d’Ivrea; cit. Baudu di Vesme, op. cit., p. 281.

(2) Rusconi, op. cit., p. 41 sgg.

(3) Baudi di Vesme, op. cit., p. 244. Questo medesimo scrittore dice che in altro suo lavoro, fin ora non comparso alla luce, avrebbe parlato di questo discendente di Ildebrando e di Ingone nei contadi milanesi.

(4) Id., op. cit., pp. 270-71.

(5) Cod. Dipl. Long., n. 424; Dionisotti, op. cit., p. 178.

 

 

272

 

Il Giulini invece, e dopo di lui il Rusconi (1) e cento altri, vollero chiamarli conti di Seprio, mentre lo stesso documento che essi allegano attesta chiaramente come Sigifredo, loro padre, fosse figlio di Alberto parmense (2). La contesa però è spiegata da una precedente simile e da parentele per ragioni di donne, come la ribellione di tutti questi conti, dal fatto che lo stesso Egelrico I e tutta la sua famiglia furono di inconcussa fede berengariana.

 

Riassumiamo per maggiore chiarezza, in un prospetto, codesta numerosa famiglia, nella quale si comprendono i conti in Stazzona, di Pombia e di Biandrate.

 

 

(1) Giulini, op. cit., II, p. 80; Dozio, op. cit., p. 53; De Vit, op. cit., I, p. 365 sgg. ; Rusconi, op. cit., p. 19.

(2) Tiraboschi, Storia di Nonantola, I, p. 384 ; Tatti, op. cit., II, p. 263; Provana, op. cit., p. 393: “Omnem porcionem terrae Alberti Parmensis.... filiorumque eius scilicet Viberti et Sigifredi, ...proprietas filiorum Sigifredi, Berengarii et Ugonis„.

 

 

273

 

[[ Manfredo III. Conte di Lodi e di Milano. Marchese di Lombardia (880-896) ... ]]

 

 

274

 

Così adunque noi troviamo il contado di Stazzona dapprima incamerato dall’imperatore e donato in parte ai vescovo di Novara, in parte ai conti di Crosinallo, poi tenuto in consorzio da una famiglia che aveva pure il vicino contado di Pombia ed alla quale fu confiscato su larga scala negli anni 1015 e 1026 da Enrico e da Corrado.

 

Ma ricordiamoci che l’arcivescovo di Milano fu tra i più caldi fautori di Enrico, contro Ardoino (1), ciò che ci spiega perchè gradatamente lo si trovi poi investito della parte meridionale del contado di Stazzona. Egli possedeva già estesamente sia nell’ Ossola che nel contado nostro, tant’è che nel 1026 Ariberto ospitava regalmente (2) nei suoi possessi oltre la Toce, Corrado, il quale fuggiva i soverchi calori che tormentavano quell’anno la valle del Po. Quando però l’arcivescovo venisse propriamente investito non sappiamo: certo ne ebbe una minima parte o meglio poche terre compresa Stazzona stessa (3), giacchè con lui erano padroni del contado nostro i conti di Biandrate (4), successi ai conti di Pombia, i conti di Crosinallo già da noi conosciuti (5), i conti di Castello, forse rampollo dei riccardini, attorno a Pallanza e Stresa (6),

 

 

(1) Giulini, op. cit., II, p. 70 sg. ; Provana, op. cit., p. 64; De Vit, op. cit., I, p. 220 ; Bianchetti, op. cit., I, p. 119 sgg. ; Rusconi, op. cit, p. 21; Carutti, op. cit., p. 211 sgg.

(2) Wiponis, Vita Curadi Salici in Pertz, M. G. H., script. III, p. 472; Muratori, Annali d’Italia, all’anno 1026; Giulini, op. cit., II, p. 159 sgg.; Puricelli, Ambros. Mediol. Basil., Milano, 1643, I, p. 356; Sassi, Archiep. Med. Hist., II, p. 401; Durandi, op. cit., p. 84; Cavalli, Cenni su Val Vigezzo, I, p. 118; De Vit, op. cit., I, p. 198; Bianchetti, op. cit., I, 119 sgg.

(3) Incomincia precisamente nel sec. XII a chiamarsi Angera. Cfr. De Vit, op. cit., I, p. 112 sgg.; p. 391 sgg.; p. 503 sgg.; E. Ponti, I Romani e loro precursori, ecc., I, p. 60 sgg.

(4) Giulini, op. cit., IV, pp. 150-355: Carutti, op. cit., p. 269 sgg.; Rusconi, op. cit., p. 27. Possedevano essi Suno, Mercurago, Invorio, Galliate, Castano, Olengo, Oleggio, Briona, Masino, Mosezzo, ecc.

(5) De Vit, op. cit., I, p. 177 sgg.; Bianchetti, op. cit., I, p. 89. Possedevano tra l’altro Crosinaldo, Ornovasso, ecc.

(6) De Vit, op. cit., I, p. 377: Bianchetti, op. cit., I, p. 147. Possedevano tra l’altro parte della Valle Intrasca, Pallanza, Cerro, il porto di Sesto.

 

 

275

 

il vescovo di Novara (1) e qualche località s’ era costituta a comune come Cannobio e Locarno (2).

 

La pace di Costanza (1183) e il congresso di Reggio (1185) diedero ai milanesi tutte le regalie che l’impero vi aveva ancora (3), ma l‘arcivescovo serbò la giurisdizione temporale del contado (4) finchè questo da Gian Galeazzo fu donato a sua moglie Caterina (5) (1384).

 

 

CAPITOLO VI. Il contado di Burgaria.

 

Le notizie che noi possiamo dare intorno a questo contado sono poche, poichè le ricerche attorno ad esso non portarono alla luce verun documento nuovo, che giovasse a corroborare le ipotesi proposte da quegli storici, che indirettamente si occuparono della campagna altra volta chiamata Burgaria.

 

Le menzioni sicure che noi abbiamo di questo contado sono due : la prima spettante al 887, è data dal testamento di Angelberga dove si nominano due corti in „comitatu burgarense id sunt Brunago et Trecate„ (6). La seconda ci è offerta dal diploma del 969,

 

 

(1) Possedeva il comitatalum d’Ossola ed altre località.

(2) De Vit, op. cit., I, p. 368.

(3) Muratori, A. I. M. Æ., IV, c. 317 ; Giulini, op. cit., VII, p. 16 ; D. Bosso, Delle imprese e detti mem., Milano, 1472 ; Vignati, op. cit., p. 385: „Concedimus itaque mediolanensibus omnia regalia quae imperium habet in comitatibus Seprii, Martesanae, Burgariae Lucensis et Stationae„.

(4) Giulini, op. cit., III, p. 789 ; diploma arcivescovile dato dal palazzo d’Angera nel 1181 ; IV, p. 64: convenzione fattasi in Arona con l’intervento del cancelliere dell’arcivescovo nel 1192; VI, p. 855. Nella pace tra Cassone della Torre e l’arcivescovo si conviene che il comune di Milano non si intrometta nei paesi dell’arcivescovo, tra gli altri Angera e Contado ; Pertz, Mon. Germ. Hist., Script., VIII, Catalogus Archiep., pp. 109-115.

(5) Giulini, op. cit., p. 648 sgg.

(6) Campi, op. cit., I, lib. VII, p. 256; Giulini, op. cit., I, p. 290; Codex Dipl. Long., all’anno.

 

 

276

 

nel quale Ottone I riconferma ad Ingone suo vasso, i ben in „comitatibus burgariensi laumellensi plumbiensi„ (1), accennando alle località „de Cerretano, de Sazago, de Villanova, de Gravellona et de Cassiolo„ (2), le quali non essendo comprese negli altri contadi, convien credere incluse nel nostro.

 

A questi dati diretti ne segue qualche altro. Una carta novarese del 925 citata dal Rusconi, ma da noi non veduta, porrebbe nella Burgaria Vigniti Columna (3), come un’altra, nota al De Sonnaz, Borgolavezzaro (4): la pace di Costanza (1183) e il congresso di Reggio (1185) ricordano i «Comitatus Seprii, Martesanae, Burgariae» (5); un decreto del 1355 (Galeazzo) dà disposizioni riflettenti le cause civili e criminali nel Seprio e nella Bulgaria (6) e un altro del 1385 riordina i capitanati nei quattro contadi rurali (7) di Seprio e Bulgaria, di Martesana e Bazana.

 

Abbiamo però altre memorie più o meno attendibili nei nostri cronisti. E cosi il Fiamma afferma che il conte di Milano ebbe fin ab antiquo titolo di duca di Bulgaria e aggiunge che nel 1167 quel ducato passò poi a Milano stessa (8). Non diversamente scrive il Corio (9) il quale anzi asserisce che durante la dominazione del Barbarossa in Milano, quando nel Seprio stava Gozoino ed a Lecco Abradiente, in Burgaria stava un Asella, del quale nessun’altra menzione ci è rimasta.

 

Come ognun vede, da queste semplici notizie,

 

 

(1) Ughelli, op. cit., II, Ep. Bergam., cc. 158-59; Giulini, op. cit., 1, p. 598 ; Baudi di Vesme, op. cit., p. 290 sg ; Darmstädter, op. cit., p. 31; Lacomblet, Urkundenbuch für die Geschichte des Niederreins, Bd. I, Düsseldorf, 1840, p. 27.

(2) Durandi, op. cit., p. 132.

(3) Rusconi, op. cit., p. 22.

(4) Gerbaix De Sonnaz, Il Contado di Savoia, Torino, 1888, I, par. I, p. 54.

(5) Muratori, A. I. M. Æ., VI, loc. cit., Vignati, op. cit., p. cit.

(6) Antiqua Ducum Decreta, p. 74 sgg.; Giulini, op. cit., V, p. 414.

(7) Antiqua Ducum Decreta, p. 74 sgg.; Giulini, op. cit., V, p. 675 ; Verga, op. e loc. cit.

(8) Flamma, Man. Flor. in Muratori, R. I. S., XI c. 542; ved. anche dello stesso A. I. M. Æ., I, c. 274; Giulini, op. cit., I, p. 610 sgg.

 

 

277

 

noi non possiamo dedurre nè entro quali limiti fosse compreso il contado, nè se ebbe un capoluogo, nè se qualche conte ne fosse investito. Neppur per ciò che ne concerne l’estensione abbiam prove che le pievi di Corbetta, Rosate e Casorate ne facessero parte (1), bensì ci è noto che ne erano escluse quelle di Dairago, altra volta nel Seprio (2), Oleggio nel contado di Pombia (3), Decimo nel territorio della Bazana, contado di Milano (4). Anche la pieve di Trecate col luogo di Brunago, che il documento nostro pone in Burgaria, nel 1023 faceva parte, come si disse, del Seprio (5) e Galbiate nel contado di Biandrate (6). I paesi poi che il documento del 959 pone nella Burgaria sono : Sozzago, Cerano, Cazzola, Gravellona, Villanova, Cilavegna, Fornaci e Vigliano (7), di modo che sembrerebbe che codesto contado fosse a cavaliere del Ticino, toccando a nord i contadi di Seprio e di Pombia, a est di Seprio ancora e di Milano, a sud di Pavia e di Lomello e ad ovest ancora Pombia e i domini del vescovo di Novara, comprendendo così tutto il Vigevanasco tra Ticino, Terdobbio ed Agogna. Confini, come si vede, incerti assai e che mutarono spesse volte, perchè le stesse terre compaiono poi come dipendenti da Lomello, dal Seprio (8) e da Biandrate, il quale anzi più tardi si spinge nella stessa pieve di Dairago. Ed una prova che il contado di Burgaria fini coll’essere una imago sine re, si ricava da un documento del 1298 (9), nel quale non se ne ricorda il nome e tutte le sue pievi vengon poste nel Seprio.

 

Più oscura e più incerta cosa ci riesce ancora l’investigare qual fosse il capoluogo di questo contado e l’origine del suo nome.

 

A ognuno è noto il racconto di Paolo Diacono (10), secondo il quale, assieme coi longobardi vennero in Italia vari popoli e tra gli altri parecchi Bulgari, stabilitisi nel nostro territorio.

 

 

(1) Giulini, op. cit., IX, Spiegazione alla carta.

(2) V. il capitolo sul Seprio al doc, n. I.

(3) Rusconi, op. cit., p. 27.

(4) Cfr. quest’Arch. XXXI, 52.

(5) Cfr. capitolo sul Seprio e Bianchetti, op. cit., II, p. 21.

(6) Rusconi, op. cu., p. 28; Durandi, op. cit., p. 130 sgg.

(7) Gerbaix De Sonxaz, op. cit., p. 52; Rusconi, op. cit., p. 22.

(8) Baudi di Vesme, op. cit., p. 277; Rusconi, op. cit., p. 27.

(9) Tiraboschi, Vetera Humil. Mon., I, p. 377 sgg.

(10) P. Diacono, Origo Gentium Langobardorum., cap. I, n. 7.

 

 

278

 

Da questo fatto il Muratori (1), e il Giulini (2), e con loro non pochi storici (3), dedussero che codesto contado di Burgaria derivasse il nome dai bulgari ivi stabiliti, come parecchi paesi di quei dintorni, quali Bulgaro, in pieve di Appiano e soprattutto Vercelli, detto altrimenti Borgovercelli e più semplicemente Bolgaro (4).

 

Altra opinione contraria a questa non fu mai emessa. Ma innanzi tutto poniamo mente alla grafia più sicura del nome. I documenti portano burgaria: il Fiamma brugaria e i posteriori bulgaria. Noi evidentemente ci atterremo alla primitiva, la quale ci fa subito pensare ad altra origine e ben più fondata. Se noi scorriamo attentamente i cartulari nostri di quelle antiche età (5), nella descrizione e nella distinzione dei terreni troviamo di frequente detto: et est pars laborativa et pars burgaria (6): il che significa che le terre potevan essere o coltivate o coperte da boschi come le brughiere che ancor oggi occupano gran tratto del territorio anticamente detto Burgaria. Ora non sarebbe più verisimile il pensare che precisamente il nostro contado prendesse nome da questo suo aspetto, perchè coperto in tutto la sua estensione da immense brughiere (allora dette burgaria) delle quali le vestigia rimangono tuttodì ?

 

Ma quale ne fu l’antico capoluogo, quali furono i suoi conti?

 

Non mancò chi pensasse a Vigevano e limitasse il contado precisamente al vigevanasco;

 

 

(1) Muratori, A. I. M. Æ., I, c. 14.

(2) Giulini, op. cit., I, p. 290.

(3) Corio, op. cit., cap. I; Rosmini, Storia di Milano, I, p. 391; Verri, Storia di Milano, II, p. 71; Cantù, Storia di Milano, p. 39; Fabi, Corografia d’Italia, ad. v. ; De Vit, op. cit., I, p. 168.

(4) Durandi, op. cit., p. 97; Mandelli, Il comune di Mercedi, Vercelli, 1857, I, p. 18.

(5) Il Codex Diplomaticus Longobardiae (v. l’Indice dei nomi e delle cose); Trova, Codice Diplomatico Longobardico (v. l’Indice); Fumagalli, op. cit. (v. l’Indice); Giulini, op. cit. (v. l’Indice al vol. IX); Muratori, A. I. M. Æ., (v. l’Indice). Do Mont, Corp. Universel Diplomatique, Amsterdam, 1726, II (v. l’Indice); Morbio, Storia dei Municipi Italiani, VI (v. l’Indice); Dozio, Cartolario Brianteo, passim; Tirasoschi, Codice Diplomatico Modenese, I e II (v. l’Indice).

(6) V. più tassativamente due carte inedite del Bonomi, Diplomata Clarevallis, ms. nella Braidense di Milano (AE-XV.34) pp. 191, 193.

 

 

279

 

se non che Vigevano nel 1007 era piccolissima terra (1) e cominciò ad esser potente solo verso la metà del secolo XII, quando venne fortificata dai pavesi e poi distrutta dai milanesi (1157) (2).

 

E quanto ai conti maggior silenzio ci conservano le carte: nè direttamente nè indirettamente vi comparì mai un conte di Burgaria. Il decreto di Ottone I, però ci attesta che in codesto contado, grande potenza e grandi possessi avevano i discendenti di Ingone (3), cioè quella famiglia ubertina e riccardina che vedemmo signori in Pombia poi in Biandrate, in Stazzona e nel Seprio settentrionale. Ciò fece pensare al Vesme (4) che conte di Burgaria fosse stato Bonifacio I, antenato dei Sanbonifacio e costante abitatore del contado Veronese. Questa ipotesi e la preziosa attestazione del decreto di Ottone ci rammentano quel comitatus Parabiagi, ricordato dai nostri cronisti, posto a sud del Seprio, in una posizione che non ci lascia chiaramente comprendere se esso entrasse nel milanese proprio o nel Seprio o nella Burgaria. Non poteva Parabiago essere in quelle remote età capoluogo della Burgaria? I suoi conti non potevano essere i conti della Burgaria stessa ? Prisciano Ferrarese nel brano già da noi altrove menzionato (5), scrisse che prima del 948 in Milano v’erano tre grandi signorie, degli Estensi, dei Sanbonifazio e dell’arcivescovo, e che i „comites Sancti Bonifaci in Parabiago resedere„ (6). Se a codesta narrazione aggiungiamo ancora l’altra del Giulini (7), secondo la quale i Crivelli furono, dopo i Soresina, i più potenti signori in Milano; se poi notiamo che, giusta la matricola delle famiglie nobili milanesi del 1377 (8) i Crivelli ebbero un ramo in Parabiago, professarono legge salica ed avevano il patronimico di Roggero, potremo con buon fondamento conchiudere col Baudi di Vesme (9)

 

 

(1) Muratori, A. L M. Æ., IV, p. 937; Durandi, op. cit., p. 130.

(2) Muratori, R. I. S., VI, c. 1178.

(3) X. Colombo, Alla ricerca delle origini del nome di Vigevano, Novara, 1899 passim.

(4) Baudi di Vesme, op. cit., p. 290.

(5) Vedi quest’Arch., XXXI, 31.

(6) Muratori, Antichità Estensi, I, p. 39.

(7) Giulini, op. cit., VIII, p. 313.

(8) Ibid., p. 93.

(9) Baudi di Vesme, op. cit., p. 291.

 

 

280

 

che in Parabiago stette un ramo collaterale agli ubertini e ai riccardini riabilitati nel decreto di Ottone I e che di codesto ramo erano discendenti i Crivelli di Parabiago, probabilmente ultimo rampollo degli antichi conti di Burgaria (1). Sola difficoltà ad adottar questa ipotesi si troverebbe nel trattato di Reggio, nel quale il Barbarossa sembra collocare Parabiago nel Seprio. Ma siamo già alla fine del secolo XII, quando molto s’era mutato, senza dire che l’imperatore fa estendere il Seprio fino a Parabiago, senza accennare che Parabiago vi entrasse.

 

Ad ogni modo è certo che la Burgaria fu sempre staccata da Milano, ma non pare però che entrasse nella marca d’Ivrea. Il Durandi (2) asseri dò solo a cagion di quella falsa interpretazione che gli fece dire lo stesso di Stazzona. Ma poichè gran parte di essa stava al di qua del Ticino e solo come il Seprio estendeva la sua giurisdizione sulla destra del fiume, nella pieve di Trecate e in qualche altra, così è certo che la Burgaria fece parte della marca di Lombardia e più tardi della Obertenga. In seguito essa ebbe pure i suoi signori, in comune col Seprio, quali Francesco Della Torre (3) e Gian Galeazzo (4): indi formò un capitanato col Seprio avendo per capoluoghi Magenta e Saronno, posti nelle brughiere ancor esistenti e non molto lontano dal Seprio e da Parabiago.

 

 

(1) Ecco il prospetto secondo il Vesme :

 

[[ Egelrico I; Ildeprando, Ingone, Enrico I (935-1020), (Roggero I) ... ]]

 

(2) Durandi, op. cit., p. 133 sgg.; Provana, od. cit., p. 92: Casaus, Dizionario geografico cit., vol. I, ad voc.; Rusconi, op. cit., p. 22; Baudi di Vesme, op. ct., p. 290.

(3) Bonomi, ms. cit., vol. VI, carta del 1270.

(4) Antiqua Ducum Decreta, p. 8 sgg.

 

 

281

 

 CONCLUSIONE.

 

La campagna milanese, poco dopo la conquista franca, ci appare divisa in cinque contadi; quello maggiore di Milano, cui erano uniti i territori, di Martesana e Bazana, ed i quattro minori o rurali di Seprio, di Stazzona con la Valdossola (staccata da esse in piccola parte verso la fine del X secolo per formare un comitatulum) di Burgaria (Parabiago) e di Lecco.

 

Tutti questi contadi ebbero vita contemporanea (1) e in origine i minori non avevano alcuna dipendenza dal conte di Milano, se non in quanto costui era marchese della loro marca o in quanto ne era investito ad interim, ma rimanevano però sempre di grado inferiore, perchè taluni dei loro conti venivano promossi alla dignità di conti cittadini.

 

Le famiglie che ressero le sorti di questi contadi, furono tutte franche, a differenza di quella milanese che fu longobarda; guidesca la famiglia dei conti di Lecco; supponide o imparentata coi supponidi quella di Seprio; manfredina o discendente da Manfredo marchese di Lombardia quella stanziata in Stazzona e in Burgaria. L’una si spense nel ramo principe e continuò in uno laterale; l’altra fu sopraffatta dal governo comunale e costretta a ritirarsi in Piacenza; la terza perduti i suoi beni, li vide smembrati a profitto delle curie e di signori probabilmente collaterali.

 

Tra i contadi minori, solo il Seprio mantenne intatta la sua unità fino al secolo XII; gli altri si sfasciarono per diverse ragioni, originando altri piccoli conti rurali, quali furono i Della Torre in Valsassina, i conti di Castello e in parte i conti di Crosinallo e di Biandrate.

 

 

(1) Alcuni dicono che i contadi rurali furono creati dai Franchi, per diminuire la potenza dei conti cittadini, altri che derivarono da smembramenti di questi; ved. De Vit, op. cit., I, p. 180; Desimoni, op. cit., p. 80. Recentemente il Baudi di Vesme sostenne che non furono se non la continuazione dei contadi romani della decadenza dell’impero, mantenuti e trasformati dai Longobardi e dai Franchi (Baudi di Vesme, L’origine romana del Comitato longobardo e franco, comunicazione al VI Congresso storico internazionale, Torino, tip. Artigianelli, 1903).

 

 

282

 

Però qualche mutamento seguì anche nel Seprio, poichè in esso i nobili, formando il comune, godettero consorzialmente a danno del signore primo, quanto negli altri contadi i loro pari seppero sottrarre agli smembramenti imperiali.

 

Eccoci così di fronte a due categorie di contadi rurali : la prima dei contadi minori antichi; la seconda di contadi derivati in parte dal rifugiarsi sia dei conti cittadini, che degli altri conti in centri minori, per sfuggire al governo comunale prevalente. Perciò l’asserire, come taluno fece, che i contadi rurali derivarono dai cittadini (1), in senso generale è falso: vero quando si intenda detto della seconda categoria.

 

Su tutti questi contadi, Milano non ebbe mai completa giurisdizione, se non dopo la pace di Costanza: direttamente sul Seprio e Burgaria ; per mezzo dell’arcivescovo su Stazzona e su Lecco. Prima di quel tempo essa tenne verso i contadi rurali la stessa politica aggressiva di cui diè saggio colle città vicine.

 

Così mentre col fiorire del feudalismo prevalse nel territorio milanese il massimo decentramento di fronte alla metropoli, col sopravvento della potenza comunale si ritornò al concetto romano della differenza tra cives e rustici, riducendo la campagna ad una dipendenza pura della città, in condizioni quasi servili.

 

Ezio Riboldi.

 

 

(1) Muratori. Antichità Estensi, I, p. 30; Desimoni, op. cit., VIII, pp. 295, 297, 475 e IX, p. 29.

 

 

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DOCUMENTI

 

Ho creduto opportuno di pubblicare solo i principali documenti citati per ragione di brevità e perchè alcuni risguardanti la Bazana (1) sono simili a questi o non portano nuovo contributo alla tesi, e di altri riguardanti la Martesana dissi in nota nel testo (2), o riportai dei brani (3).

 

Complessivamente offro otto documenti inediti e indispensabili a lumeggiare alcuni punti capitali del lavoro.

 

 

I.

880, agosto 26, ind. XIII (?).

 

Ottone, conte di Seprio, professante legge longobarda, dona al Monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro tutti i beni che possiede nel territorio di Castano. Fatto presso Pavia da Tedaldo, giudice.

 

Fonte. Una sola copia autenticata, del sec. XII, su pergamena in buon stato (30 x 11), dell’arch. di stato di Milano, Museo Diplomatico, carte pagensi, n. 121 1/2 del registro.

 

Scrittura di una sola mano, corsiva, nitida, su nove linee senza righe.

 

A tergo della stessa mano : “Carta comitis de Seuro in casteno„. Poi regesti e segnature recenti.

 

Regesto. Nel Museo Diplomatico cit., vol. I, n. 95 1/2.

 

 

(1) Tralascio i seguenti :

   (a) 1199, aprile 13 ind. II (biblioteca-arch. capitolare di Milano cartella “Clero delle Cento Ferule„ n. 140) cit. in A. Riccardi, Alcune pergamene antiche inedite, ecc., Milano, La Perseveranza, 20 gennaio 1889.

   (b) 1196, agosto 4 ind. XIV (Milano, arch. di stato, monastero di S. Ambrogio, pergamene).

   (c) 1198, febbraio 12 (Millano, arch. di stato, monastero di S. Ambrogio, pergamene).

   (d) 1287, aprile 13 ind. XV (Milano, arch. di stato, monastero di Chiaravalle, pergamene) ed Ermete Bonomi, Diplomata Clarevallis, ms. Braidense, vol. X, p. 654.

 

(2) Cfr. quest’Archivio, a. XXXI, p. 24, nota 4.

(3) Cfr. ibid., p. 71 sgg.

 

 

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  Anno ab incarnacione domini nostri ihesu cristi. D.CCC.L.XX(X).VII (sic) Kalendas septembres indictione XIII. Monasterio sancti petri celi aurei quod est costructum foris et prope ticinensem civitatem. Ego oto comes de seuro (1) qui professus

5 sum ex nacione mea lege uiuere longobardorum offertor et donator ipsius monasteri presens presentibus dixi. Quisquis in sanctis ac uenerabilibus locis suis aliquid contulerit rebus iuxta auctoris uocem in hoc seculo centemplum accipiet, et uitam possidebit eternam. Ideoque ego qui supra oto comes

10 a presenti die in eodem monasterio dono et offero pro anime mee mercede idest sedimina sedecim que omnibus rebus illis iuris mei qui sunt positi in loco et fundo casteno (2), seruos et ancillas, uineas pratas (sic) syluas et canpos (sic) ..... os et incultos cum omni honore gressibus et ingressibus, do et offero supradicto

15 monasterio que sunt per omnia uigeas (3) centum XX (sic), in simul tenentes. Que autem istis omnibus supradictis iuris mei, una cum accessionibus et ingressibus earum seu cum superioribus et inferioribus qualiter supradictis in integrum, ab hac die in eodem monasterio dono et offero et per presentem cartulam

20 offertionis ibidem habendum confirmo faciendum ex inde pars ipsius monasterii aut cui pars ipsius monasterii dederit, actum infra monasterium iuxta ticinensem (sic) feliciter, signum manus infrascripti otonis comitis qui hanc cartulam fieri rogauit. signum manuum rutini qui andree atque ugonis qui interfuerunt testes.

25   Ego teudaldus iudex sacri palacii scrptor (sic) huius cartule offersionis compleui et dedi.

 

Ego capellus notarius sacri palacii autenticum huius exenpli

 

 

2. L’indizione e la data non concordano. Il testo dà : D.CCC.LXX.VII, Kalendas septembres cui dovrebbe corrispondere l’indizione decima; leggendo D.CCC.LXX, VII Kalendas etc., dovremmo trovarvi la terza. Propendo a leggere 880 septimo Kalendas in cui avremmo precisamente l’ind. XIII. È probabile che il copista abbia tralasciato una X.

7. La pergamena ha una piccola raschiatura.

11. sedecim di lettura incerta.

13. La carta è raschiata Forse da leggersi cultos.

15. que di lettura molto incerta.

20. confirmo di lettura un po’ incerta.

25. ptor huius cartule etc. scritto interlinearmente sotto e dalla stessa mano.

 

 

(1) de seuro, ossia di Sevro o Seprio, il capoluogo del contado.

(2) casteno è Castano, della pieve di Dairago.

(3) uigias sta per jugias, come nota il Du Cange, ossia jugerum, misura di campi. Noto l’accusativo femminile invece del neutro, errore trovato e rilevato altrove.

 

 

285

 

(sic) uidi et legi qui sic in eo continebatur ut in hoc exenplo (sic) legitur preter literas plus minusue et hoc exenplum (sic) 30 scripsi.

 

 

II.

1069, marzo 26, ind. VII.

 

Rodolfo conte, figlio del fu Rodolfo conte di Seprio, ed Imelda sua moglie, di legge salica, vendono a Pietro Sartoro del fu Tedaldo di Varese una vigna e un campo in Schianno. Fatto in Venegono da Rodolfo, notaio.

 

 

III.

1113, giugno, ind. VI.

 

Gotoffredo di Bellusco, in Martesana, riceve da taluni vassalli di Campo la consegna di certi suoi fondi venduti a Romano e Guidone di Castello Isola ed investe costoro delli stessi feudi.

 

 

IV.

1162, aprile 13, ind, X.

 

Sentenza dei consoli di Seprio in una discordia tra i terrieri di Velate e l’ arciprete di Santa Maria dei Monte sopra Varese.

 

 

V.

1165, maggio 20, ind. XIII.

 

Altra sentenza dei consoli del Seprio in una nuova discordia tra i terrieri di Velate e l’arciprete di Santa Maria del Monte sopra Varese.

 

VI.

1197, febbraio 11, ind. XV.

 

Guiffredo ed Ambrogio del fu Pietro, milanesi e professanti legge longobarda, vendono a Mainfredo dall’Occhio Bianco, canonico di Sant’Ambrogio, la metà di alcuni fondi in Bazana, presso il Ristocano e il loro diritto sopra un prato del luogo stesso, presso la cassina di Castello.

 

 

VII.

1198 . . . . . . . . .

 

Ottone Area, consenziente sua moglie, vende al canonico Mainfredo dall’ Occhio Bianco un fondo al di là del Ristocano in Bazana.

 

 

VIII.

1240, luglio 28, ind. XIII.

 

Rumo e Bercadano, fratelli di Pozzo, vendono al monastero dell’Acquafredda una vigna e un prato nel territorio di Lenno, posto nella Martesana.

 

 

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